Il deficit di neve norvegese pesa sull’Europa: esportazioni dimezzate verso il Regno Unito e prezzi nordici quadruplicati rispetto al 2025
Venticinque terawattora. Quasi un quinto della produzione idroelettrica norvegese di un anno è svanito dalle riserve di neve. Lo scorso 3 settembre, secondo un’analisi di Montel News, i prezzi e la liquidità sul mercato elettrico nordico erano già in risalita per la scarsità delle riserve. Non è un’allerta meteo: è un avviso di garanzia per la transizione energetica.
Il buco da 25 terawattora
A ricostruire la dimensione del problema è un report del Los Angeles Times, che cita Tuomo Saloranta e la Norwegian Water Resources and Energy Directorate: le riserve di neve in Norvegia sono scese ai livelli più bassi degli ultimi due decenni, creando un deficit energetico di circa 25 terawattora. Il quotidiano aggiunge che si tratta di quasi un quinto della produzione idroelettrica totale della Norvegia dell’anno scorso.
Il quadro non si ferma ai confini norvegesi. L’inverno più secco da decenni in Norvegia ha ridotto le riserve idroelettriche ai minimi da vent’anni, con un deficit energetico che il Los Angeles Times estende a tutta l’Europa. Il meccanismo è semplice da raccontare, molto meno da assorbire: meno neve in inverno significa meno acqua nei serbatoi nei mesi successivi, e meno acqua significa meno elettricità pulita da vendere ai vicini.
Le conseguenze si misurano nei flussi e nei prezzi. Le esportazioni di elettricità verso il Regno Unito e la Germania sono crollate rispettivamente del 50% e del 40%, spingendo i prezzi dell’energia nordici a quattro volte i livelli del 2025. È qui che il paradosso climatico diventa economico: la Norvegia è stata raccontata a lungo come la batteria idroelettrica d’Europa, ma una batteria che funziona con la neve è esposta esattamente al rischio che pretenderebbe di mitigare.
La transizione energetica nordica, insomma, ha un punto debole che non si risolve a colpi di incentivi o di regole: dipende dal clima. E quando il clima salta un giro, il conto si presenta sotto forma di prezzi più alti per chi importa e per chi consuma.
Nasdaq esce, Euronext entra: migrazione a mercato caldo
Mentre l’energia fisica scarseggia, un’altra transizione si completa: quella del mercato che fissa i prezzi. Secondo l’annuncio congiunto di Euronext e Nasdaq, la migrazione dei future sul potere elettrico nordico era prevista nella prima metà del 2026. L’operazione non è solo tecnica: una volta completata la migrazione, Nasdaq uscirà dal proprio business delle commodity.
Il passaggio del testimone si legge anche dal lato del clearing. La pagina di Euronext dedicata ai derivati sull’energia spiega che tutte le posizioni aperte precedentemente compensate da Nasdaq Clearing risultano pienamente integrate in Euronext Clearing, nell’ambito della transizione al mercato Euronext Nord Pool Power Futures. Tradotto in termini pratici: chi deteneva contratti sul prezzo futuro dell’elettricità nordica non deve fare nulla, ma la funzione di garanzia che tiene in piedi quei contratti ha cambiato casa. Il mercato dei future non è un dettaglio da specialisti: è il luogo in cui il prezzo dell’elettricità viene fissato in anticipo. E la migrazione non è neutra, perché sposta la gestione del rischio in un’unica infrastruttura mentre il mercato sottostante è attraversato da prezzi a quattro volte i livelli del 2025.
Chi paga il conto della prossima siccità?
Resta da capire se il nuovo assetto del clearing possa reggere la volatilità estrema di un mercato in deficit, o se la concentrazione delle posizioni crei nuove vulnerabilità. La domanda non è retorica: i prezzi a quattro volte i livelli del 2025 ricadono su consumatori e imprese che non hanno scelto né l’inverno secco né la migrazione dei future. Se la batteria idroelettrica d’Europa è scarica e il mercato che la prezza cambia padrone, chi sarà in grado di assorbire il prossimo shock?




