La guida Ue sui criteri non legati al prezzo lascia agli Stati la scelta tra volume d’asta e gigawatt.
Lo scorso 30 dicembre sono scattati gli obblighi del Net-Zero Industry Act: nelle aste per le rinnovabili, almeno il 30% del volume messo a gara ogni anno per Stato membro deve rispondere a criteri che non guardano solo al prezzo. Eppure oltre l’80% dei sistemi fotovoltaici in Europa resta dipendente dalle importazioni, con il 79% che arriva dalla Cina. Il paradosso è tutto qui, e la guida pubblicata dalla Commissione europea nelle scorse settimane non lo scioglie: spiega come applicare i criteri, non come uscire dalla dipendenza.
Obblighi in vigore, ma con la flessibilità cucita addosso
L’obbligo nasce da due articoli del regolamento (UE) 2024/1735. L’articolo 25 riguarda gli appalti pubblici: le autorità aggiudicatrici devono applicare requisiti minimi di sostenibilità ambientale e un contributo alla resilienza per diversificare la filiera delle tecnologie a zero emissioni nette. L’articolo 26 riguarda invece le aste per le energie rinnovabili: i paesi dell’UE devono applicare criteri non legati al prezzo, sia come prequalifica sia come criterio di aggiudicazione.
Il Net-Zero Industry Act è entrato in vigore nel giugno 2024, ma gli obblighi dei due articoli si applicano solo dallo scorso 30 dicembre. In mezzo c’è stato il tempo per un regolamento di esecuzione: il regolamento di esecuzione (UE) 2025/1176 è stato adottato il 23 maggio 2025 e pubblicato il 18 giugno 2025, in base all’articolo 26, paragrafo 3. Ed è qui che la flessibilità viene cucita nel testo: lo stesso articolo 26 chiede di applicare i criteri non di prezzo ad almeno il 30% del volume messo all’asta ogni anno per Stato membro, oppure, in alternativa, ad almeno 6 gigawatt all’anno. Non è una soglia unica: è una scelta lasciata a ogni capitale, e la scelta conta, perché decide quanto del mercato delle aste finirà davvero sotto i criteri non di prezzo.
Ma per capire se quei criteri possono davvero pesare, serve guardare da dove arrivano oggi i pannelli.
La fotografia che manca nel regolamento: 79% Cina, 1% Giappone
I numeri chiariscono subito il terreno di gioco. Secondo una comunicazione della Commissione europea e altre fonti, tra cui Fraunhofer e NREL, citate da SolarPower Europe, i sistemi fotovoltaici nel loro complesso dipendono dalle importazioni per oltre l’80%: il 79% dalla Cina, l’1% dal Giappone. La Carta solare europea lo riconosce senza giri di parole: l’industria manifatturiera del fotovoltaico in Europa dipende fortemente dalle importazioni da un numero limitato di fornitori, con la Cina che rappresenta la maggior parte delle importazioni di moduli solari.
Questa fotografia non è nel regolamento, ma è lo sfondo su cui ogni asta verrà costruita. Se la dipendenza è questa, la partita dei criteri non di prezzo si gioca su un campo inclinato: chi può davvero vincere?
Criteri non di prezzo: chi vince, chi perde, cosa resta aperto
Arriviamo al cuore del problema: non se i criteri ci sono, ma quanto possono incidere davvero. Secondo la posizione di SolarPower Europe sull’attuazione dei criteri, i criteri non di prezzo dovrebbero pesare tra il 15% e il 30% dei criteri di valutazione complessivi. E qui arriva la seconda valvola: se i costi associati superano il 15%, gli Stati membri hanno margine per rivedere il peso. In teoria, è una buona notizia per i produttori europei. In pratica, il margine è sottile: se la filiera è per oltre l’80% dipendente dalle importazioni, un criterio che vale il 15-30% può spostare qualche punto di gara, non ribaltare la struttura del mercato.
Chi vince e chi perde? Gli Stati membri hanno un’alternativa — 30% del volume o 6 gigawatt — e un paese con poche aste può scegliere la soglia che gli costa meno. Gli sviluppatori con una filiera europea possono guadagnare punti; quelli che comprano moduli cinesi rischiano di scontare costi più alti. I produttori europei vedono una finestra, ma una finestra stretta: la quota di mercato cinese non si sposta con un criterio d’asta.
La domanda resta: il Net-Zero Industry Act riuscirà a creare una filiera europea o si limiterà a spostare gli oneri della transizione? La vera prova non sarà la quota del 30%, ma se i criteri non di prezzo riusciranno a spostare investimenti verso una filiera europea ancora fragile. Per ora, la domanda resta aperta: chi pagherà il conto della resilienza? E con quali risorse, con che tempi?




