Il governo punta a replicare l’efficienza della Zona economica speciale su tutto il territorio nazionale
Trenta giorni. Tanto basta, nella Zona economica speciale unica, per ottenere un’autorizzazione. Fuori da quel perimetro, per un progetto eolico, si aspettano ancora quattro o cinque anni. Un divario che sette imprese italiane su dieci vivono come un freno quotidiano, e che il governo ha deciso di affrontare: a metà luglio il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato un decreto con semplificazioni per energia e ambiente, da presentare entro ottobre. E ha chiesto a Bruxelles di anticipare di due anni l’Industrial Accelerator Act, il regolamento europeo pensato per sbloccare gli investimenti industriali. La scommessa è chiara: portare il modello ZES fuori dalla ZES.
Trenta giorni contro cinque anni
Già dal dicembre 2024, i tempi medi per il rilascio delle autorizzazioni nella ZES unica si sono ridotti a circa trenta giorni. Lo ha certificato la Cabina di regia della ZES, riunita a Palazzo Chigi alla fine di quell’anno. Un risultato che stride con quanto accade nel resto del Paese. Secondo un’analisi pubblicata lo scorso maggio, la durata complessiva delle procedure di autorizzazione per progetti rinnovabili in Italia può superare i quattro o cinque anni, soprattutto per gli impianti eolici utility-scale. Non si tratta di casi limite: è la norma, per chi prova a investire in energia pulita senza passare attraverso il canale agevolato della Zona economica speciale.
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Dentro la ZES, un’autorizzazione unica arriva in un mese. Fuori, lo stesso investitore può attendere sessanta volte tanto. Non sorprende, allora, che nel 2025 il 74% delle imprese italiane abbia indicato la complessità delle procedure amministrative come un grave problema per la propria attività: otto punti sopra la media europea, ferma al 66 per cento. Lo rileva Confartigianato, sulla base dei dati dell’Eurobarometro. Otto punti non sono una sfumatura statistica: sono la misura del gap di competitività che l’Italia sconta ogni giorno, e che il governo dice di voler colmare.
Il modello ZES e la promessa del decreto
Dietro il risultato dei trenta giorni c’è un meccanismo che ha funzionato. La ZES unica — che dal 2024 ha accorpato le otto precedenti Zone economiche speciali del Mezzogiorno — ha semplificato il percorso autorizzativo in un’unica procedura, riducendo i passaggi e concentrando le responsabilità. I numeri sono consistenti. Secondo i dati riportati dai deputati Maurizio Casasco e Luca Squeri, finora sono state presentate 1.425 richieste di autorizzazione unica, per un totale di 9,3 miliardi di euro di investimenti. Considerando anche le risorse mobilitate attraverso i crediti d’imposta, il volume complessivo salirebbe a circa 22 miliardi.
La cifra dà l’ordine di grandezza: non è un esperimento marginale, ma un flusso di investimenti che ha già raggiunto una massa critica. Ed è proprio questo il punto di partenza dell’annuncio di metà luglio. Il ministro Urso ha spiegato che il decreto imprese, atteso entro ottobre — prima dell’avvio della sessione di Bilancio — conterrà un pacchetto di semplificazioni rivolte ai settori dell’energia e dell’ambiente. L’obiettivo dichiarato è replicare, almeno in parte, l’efficienza amministrativa della ZES anche per i progetti che ricadono fuori dal suo perimetro.
Ma c’è un secondo tassello, che guarda all’Europa. L’Italia ha chiesto di anticipare l’entrata in vigore dell’Industrial Accelerator Act dal gennaio 2029 al 2027. Il regolamento, ancora in discussione, punta ad accorciare i tempi delle autorizzazioni industriali in tutta l’Unione. Anticiparlo di due anni significherebbe allineare la cornice normativa nazionale a uno standard europeo più snello in tempi molto più rapidi di quanto previsto. Se Bruxelles accoglierà la richiesta, il decreto imprese e l’Industrial Accelerator Act potrebbero viaggiare in parallelo, rafforzandosi a vicenda.
Oltre la ZES: cosa cambia per le imprese
Il nodo, però, resta fuori dai confini agevolati. Lo scenario per chi investe in rinnovabili senza passare dalla ZES è ancora quello descritto dall’analisi di Kerr: procedure che si allungano per anni tra Valutazione di impatto ambientale, autorizzazione paesaggistica, conferenze dei servizi e ricorsi. Tempi che nessuna impresa, soprattutto se di dimensioni medio-piccole, può permettersi di sostenere senza compromettere la redditività del progetto.
Il dato di Confartigianato sul 74% delle imprese che vedono la burocrazia come un freno grave — otto punti sopra la media UE — dice anche un’altra cosa: il problema non riguarda solo le grandi opere energetiche. È trasversale. Tocca le piccole imprese manifatturiere, l’artigianato, i servizi. Il decreto annunciato da Urso, se scritto bene, potrebbe intervenire su questo tessuto più ampio, non solo sui grandi progetti industriali. Ma per ora siamo al livello degli annunci: i testi non sono ancora stati resi noti e il passaggio parlamentare — con la sessione di Bilancio alle porte — rischia di comprimere i tempi della discussione.
La richiesta di anticipare l’Industrial Accelerator Act, dal canto suo, segnala che il governo considera il tema delle autorizzazioni una priorità da affrontare anche in sede europea, non solo con strumenti nazionali. Ma la risposta di Bruxelles è tutt’altro che scontata, e i tempi del negoziato europeo non dipendono solo da Roma. In attesa di sapere se l’anticipo sarà concesso, resta il fatto che il modello ZES — trenta giorni, 1.425 richieste, 9,3 miliardi — rappresenta una prova concreta che la semplificazione è possibile. La domanda, ora, è se il decreto di ottobre riuscirà a portarla dove finora non è arrivata.




