Dopo gli anni alla guida di un think tank radicale, ora deve conciliare le ambizioni climatiche con i costi immediati

Lo scorso 20 luglio, il governo britannico ha nominato Miatta Fahnbulleh Segretario di Stato per la Sicurezza Energetica e Net Zero. Un incarico che, sulla carta, consolida la missione verde dell’esecutivo. Ma a rendere la scelta meno lineare di quanto appaia è il curriculum della protagonista: fino a pochi anni fa, da capo della New Economics Foundation, invocava il traguardo del net zero nel giro di un decennio. Oggi, da ministra, sa bene che l’80% dei rincari in bolletta è figlio del prezzo all’ingrosso del gas. Il paradosso è tutto qui: si può accelerare la transizione senza scaricare i costi su famiglie e imprese?

Ministra con un passato radicale

La nomina è arrivata il 20 luglio, ma per capirla bisogna tornare indietro di qualche anno. Miatta Fahnbulleh ha guidato la New Economics Foundation dal 2017 alla fine del 2023, trasformando il think tank in un punto di riferimento per chi immagina una politica economica cucita su clima, giustizia sociale e ambiente. Laureata in filosofia, politica ed economia all’Università di Oxford e con un dottorato in sviluppo economico alla London School of Economics, prima di approdare alla NEF aveva già assaggiato i corridoi del potere come Capo delle Città nell’unità politica del Cabinet Office, tra il 2011 e il 2013.

Eppure è il suo passato recente a pesare. Nel 2019, quando ancora sedeva al vertice del think tank, firmò un articolo in cui chiedeva alla Gran Bretagna di raggiungere la neutralità climatica «entro 10-15 anni», come ricostruisce un profilo pubblicato dallo Spectator. Un’asticella che allora suonava quasi eretica, e che oggi si scontra con la poltrona ministeriale. Perché un governo non è un think tank: quando le idee diventano politica, qualcuno brinda e qualcuno paga il conto.

Vincitori e vinti della svolta green

Dietro la nomina si leggono subito alleanze e conflitti. Come nota il Guardian, l’arrivo di Fahnbulleh «segnala una continuità politica sulla missione di energia pulita del 2030». E gli ambientalisti possono festeggiare: lo stesso quotidiano ricorda che, già nel 2021, Friends of the Earth e la NEF di Fahnbulleh avevano co-firmato un rapporto per chiedere lo stop totale alle nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Un messaggio che mette in allarme l’industria fossile, abituata a un’altra velocità.

Ma l’accelerazione verde ha un rovescio concreto, e si misura sulle bollette. A marzo 2025, in un’intervista concessa a LabourList, Fahnbulleh spiegava che l’80% dell’aumento del price cap energetico era stato trainato proprio dall’impennata del prezzo all’ingrosso del gas. La sua ricetta era netta: l’unica strada per abbassare le bollette è «abbandonare i combustibili fossili e passare a energia pulita prodotta in casa». Detta così, sembra una soluzione che mette d’accordo clima e portafogli. Ma tra lo stop alle trivellazioni e l’energia rinnovabile pronta a sostituire il gas, di mezzo ci sono anni, investimenti, e famiglie che oggi fanno i conti con rincari immediati. Eppure la domanda che brucia è un’altra: a che velocità possiamo permetterci di correre?

Il tempo è un nemico (e un alleato)

La nomina segnala continuità, ma il passato di Fahnbulleh alza l’asticella. Dieci anni fa voleva il net zero in un decennio e mezzo; oggi la missione pulita 2030, già di per sé ambiziosa, è l’orizzonte. Il dilemma è quanto la rapidità ideale possa reggere l’urto della realtà dei costi. Riuscirà a tenere insieme accelerazione e consenso, o il paradosso energetico la travolgerà? Alla fine, a ogni cittadino spetta una domanda semplice: quanto è disposto a pagare, in bolletta o in tempo, per una transizione che corre più della realtà?