La joint venture tra EWE e VERBUND unisce produzione tedesca e domanda austriaca
La Commissione europea ha autorizzato, lo scorso 9 luglio, la joint venture tra la tedesca EWE e l’austriaca VERBUND per la produzione e vendita di idrogeno verde. Una notizia che passa quasi sotto traccia — un trafiletto tra le pieghe della Gazzetta Ufficiale dell’Unione — eppure racconta meglio di tanti proclami lo stato reale della transizione energetica europea: tra target che sembrano scritti con l’accetta e una realtà infrastrutturale che arranca. Non è una fusione tra colossi, non è un accordo miliardario con fanfare e comunicati trionfali. È il tentativo paziente di costruire dal nulla le fondamenta di un mercato che, stando alle previsioni, è destinato a esplodere, ma che al momento esiste solo sulla carta.
Ed è qui che si annida il paradosso.
Un mercato da inventare: la promessa dell’idrogeno verde
Secondo le stime di VERBUND, la domanda di idrogeno verde in Austria aumenterà di dieci volte entro il 2040. Dieci volte. Non un raddoppio, non un incremento percentuale rassicurante: un ordine di grandezza completamente diverso, un salto che presuppone la riconversione di interi settori industriali — dall’acciaio alla chimica, dai trasporti pesanti alla generazione elettrica — verso un vettore energetico che oggi, in Austria, ha una quota di mercato sostanzialmente trascurabile.
Il problema non è nemmeno la plausibilità tecnica del target. La domanda, trainata dagli obblighi di decarbonizzazione e dal nuovo quadro regolatorio europeo, probabilmente ci sarà. Il problema è l’offerta: chi produrrà tutto questo idrogeno? Dove? Con quali elettrolizzatori, alimentati da quali fonti rinnovabili, collegati a quali reti di trasporto e stoccaggio? Domande che in Austria, al momento, ricevono più slide PowerPoint che risposte operative. Il target al 2040 è un faro puntato su un porto lontano, ma tra qui e lì c’è una distesa di nebbia fitta. La tensione tra l’ambizione dichiarata e la realtà materiale non potrebbe essere più stridente. Come si costruisce dal nulla un mercato di queste dimensioni?
La mossa congiunta: EWE e VERBUND uniscono le forze
A questa domanda risponde ora una nuova alleanza. La joint venture appena approvata da Bruxelles mette insieme due soggetti con pedigree solidi e ambizioni complementari. Da un lato VERBUND, il primo produttore di elettricità in Austria, a controllo pubblico e con un portafoglio di generazione quasi interamente rinnovabile, che cerca nell’idrogeno la via per diversificare oltre l’elettrone. Dall’altro EWE, utility tedesca con sede in Bassa Sassonia, che ha un asso nella manica non da poco: secondo quanto dichiarato dall’azienda stessa, il gruppo EWE è tra le poche realtà in Germania a coprire l’intera catena del valore dell’idrogeno — produzione, stoccaggio in caverna, trasporto, distribuzione. Non un produttore puro, dunque, ma un operatore verticalmente integrato che porta in dote know-how logistico e infrastrutturale. L’oggetto sociale della nuova creatura è chiaro e circoscritto: la produzione e la vendita di idrogeno verde, senza avventurarsi in segmenti contigui. Un perimetro netto, approvato senza obiezioni dalla DG Concorrenza.
Ma è proprio questa chiarezza a mettere in luce, per contrasto, il limite strutturale dell’operazione. La catena del valore che EWE controlla è una catena tedesca. I siti di stoccaggio in caverna salina — il vero collo di bottiglia per dare continuità alla produzione intermittente di idrogeno verde — si trovano nel sottosuolo della Germania settentrionale. Le reti di trasporto, i clienti industriali, i corridoi di distribuzione: tutto pensato e ottimizzato per il mercato tedesco. L’Austria, in questo disegno, è il socio che mette sul piatto la domanda futura e la capacità di generazione rinnovabile (idroelettrico e, in misura crescente, eolico e fotovoltaico), ma resta a valle di un’infrastruttura che non le appartiene. Produrre idrogeno verde non basterà a soddisfare la fame prevista.
E qui il ragionamento si fa più scomodo. Perché se la domanda decuplicherà davvero — e non c’è motivo di dubitare che i regolatori spingeranno perché accada, con obblighi di quota e carbon pricing sempre più stringenti — la produzione domestica, anche nelle migliori ipotesi, coprirà solo una frazione del fabbisogno. La differenza dovrà arrivare da fuori. E “fuori”, per l’Austria (paese senza sbocco al mare, senza terminali di rigassificazione, senza accesso diretto ai grandi flussi globali di idrogeno), significa dipendere da corridoi di importazione che oggi sono poco più che bozze su mappe strategiche. Il salto dal target alla realtà passa da qui: non dalla chimica degli elettrolizzatori, ma dalla geopolitica delle infrastrutture e dalla capacità di negoziare accordi di fornitura con paesi terzi che l’idrogeno lo produrranno su scala ben maggiore — dal Nord Africa, dalla penisola arabica, forse dall’Ucraina. Ognuno con i suoi rischi politici, la sua stabilità normativa, i suoi costi logistici.
Oltre la produzione: la corsa alle importazioni
Ecco perché, parallelamente alla joint venture con EWE, VERBUND sta già tessendo alleanze di altro tipo. L’azienda ha avviato iniziative di import in Austria e in Baviera che riuniscono soggetti dell’intera filiera: produttori di energia, gestori di infrastrutture, acquirenti industriali di idrogeno. L’obiettivo dichiarato è consentire importazioni operative entro il 2030. Non auspici, non memorandum d’intesa senza scadenza: un orizzonte temporale concreto, con attori già seduti al tavolo che rappresentano — dice VERBUND — una quota significativa della domanda regionale. Un consorzio di fatto, pensato per aggregare volumi e rendere bancabili i contratti di fornitura a lungo termine con i futuri esportatori.
Resta la domanda che nessun comunicato stampa può eludere: arriveremo al 2040 con dieci volte la domanda attuale e un’offerta che, nella migliore delle ipotesi, starà ancora inseguendo? I target europei sull’idrogeno hanno la caratteristica di essere scolpiti nella pietra dei regolamenti, mentre le infrastrutture che dovrebbero servirli sono ancora nella sabbia delle valutazioni di fattibilità. Non è cinismo: è realismo infrastrutturale. La distanza tra una decisione di investimento e un elettrolizzatore operativo si misura in anni — spesso cinque, sette, dieci se si considerano le nuove reti di trasporto dedicate. E cinque, sette, dieci anni, partendo da oggi, ci portano già oltre il 2030. La joint venture tra EWE e VERBUND è un passo necessario. Ma portare l’idrogeno dove serve, quando serve, richiederà molto più di un passo. E il tempo stringe.




