Il fattore di riduzione lineare, cuore del mercato ETS, scenderebbe all’1,7% dal 2036, prolungando le quote fino agli anni ’40
Otto virgola cinque miliardi di euro: è quanto le compagnie aeree hanno evitato di pagare in costi di emissioni nel 2025, secondo uno studio della ONG Transport & Environment, grazie a esenzioni e quote gratuite. E lo scorso 17 luglio la Commissione europea ha proposto di ridurre il fattore di riduzione lineare al 3,7% tra il 2031 e il 2035 e all’1,7% dal 2036. Il mercato del carbonio, insomma, si prepara a diventare più morbido.
Per capire la portata della mossa serve un minimo di contesto. Il fattore di riduzione lineare (LRF) è il meccanismo che decide di quanto si restringe ogni anno il numero di quote di emissione disponibili. Più è alto, più il mercato si stringe; più è basso, più il rubinetto resta aperto. È su questo singolo parametro che si gioca gran parte della traiettoria climatica europea.
Il buco da 8,5 miliardi
L’EU ETS è il primo mercato del carbonio al mondo, lanciato nel 2005. Da allora la direzione è stata quasi sempre quella della stretta: già nel 2023, con la riforma Fit for 55, il fattore di riduzione era stato alzato dal 2,2% al 4,3% per il 2024-2027 e al 4,4% per il 2028-2030. Con quelle regole, se semplicemente estese, la fornitura di nuove quote si sarebbe esaurita intorno al 2039.
La proposta del 17 luglio — presentata come revisione mirata per rafforzare la competitività industriale e sostenere l’obiettivo climatico del 2040 — inverte quella traiettoria. Con un LRF all’1,7% dal 2036, le quote continueranno a essere emesse negli anni ’40 del 2000 invece di fermarsi nel 2039. È una concessione esplicita all’industria europea.
Il dato delle compagnie aeree dà la scala del trattamento di favore. Otto virgola cinque miliardi è il costo che non c’è stato: non un ricavo realizzato, ma un mancato pagamento. È il divario tra quanto il settore avrebbe dovuto versare per le proprie emissioni e quanto ha effettivamente versato grazie alle esenzioni. Se le compagnie aeree godono di questo trattamento, però, qualcun altro incassa comunque: i governi.
Chi incassa e chi spende i 24 miliardi
Nel 2025 i governi hanno ricevuto 24 miliardi di euro dei 43 miliardi generati dal mercato del carbonio. Più della metà. E la nuova proposta richiederebbe agli Stati membri di spendere almeno il 50% delle future entrate dell’ETS per sostenere le industrie nazionali. Il flusso di cassa, insomma, non è in discussione; lo è la sua destinazione.
Qui si inserisce la posizione italiana: lo scorso febbraio l’Italia ha chiesto di sospendere il mercato del carbonio dell’UE. Resta da capire quali effetti avrà questa richiesta sul negoziato. Il nodo politico non è se il mercato esista, ma chi può spendere questi soldi e per chi.
Quote fino agli anni ’40: il paradosso della competitività
Al di là dei flussi di cassa, la proposta tocca la traiettoria stessa delle quote. Con un LRF ridotto all’1,7% dal 2036, le emissioni non si fermeranno intorno al 2039 come avrebbero implicato le regole attuali: il segnale di prezzo si indebolisce proprio mentre l’aviazione potrebbe entrare nello schema con un peso maggiore. Estendere l’ETS dell’UE a tutti i voli in partenza dall’UE aggiungerebbe 80 Mt di CO2 allo schema, rispetto agli attuali 64 Mt: più che un raddoppio.
Anche sul fronte del CBAM il freno è evidente: per i settori coperti dal meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, il 15% dell’allocazione gratuita eliminata verrebbe reintrodotto dal 2028, estendendo la fase di eliminazione fino al 2038. Il messaggio è coerente: la transizione si sposta in avanti, gli anni ’40 diventano il nuovo orizzonte. Basterà il mercato a finanziare la transizione? La risposta non è nei numeri della proposta, ma nella capacità politica di tenere il sistema.
Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi resta l’1,7%: il nuovo fattore di riduzione lineare proposto dal 2036, che decide se il rubinetto delle quote si chiuderà nel 2039 o resterà aperto fino agli anni ’40.




