Il rinvio al 2028 guadagna tempo ma non risolve il nodo della sostenibilità sociale del meccanismo

Il meccanismo si chiama ETS2 — Emissions Trading System 2 — ed è il gemello meno celebre ma potenzialmente più dirompente del mercato del carbonio che dal 2005 regola le emissioni industriali. La differenza è che questo nuovo sistema, proposto dalla Commissione europea nel luglio 2021 dentro il pacchetto «Fit for 55», si applica ai combustibili per riscaldamento e trasporto su strada. Tradotto: tocca le caldaie di casa e il diesel al distributore. Non le acciaierie, non le centrali elettriche. Le bollette e i pieni.

La scadenza che continua a spostarsi

Il percorso è stato accidentato fin dall’inizio. La proposta originaria prevedeva che il sistema partisse nel 2027 con la prima asta delle quote di emissione, la cui restituzione sarebbe scattata entro il 31 maggio 2028. L’Italia ha recepito le direttive europee con il decreto legislativo 147/2024, entrato in vigore il 15 ottobre 2024, e ha istituito il Comitato ETS2 presso il Ministero. Sembrava tutto incanalato. Poi, a marzo 2026, la decisione congiunta di Consiglio e Parlamento UE: l’inizio dell’ETS2 è stato posticipato dal 2027 al 2028. Un anno di respiro, ufficialmente per consentire a Stati membri e operatori di prepararsi meglio. Ma la sensazione è che si sia voluto prendere tempo su un dossier che scotta — letteralmente — nelle tasche dei cittadini europei.

Il paradosso è tutto qui: un sistema pensato per accelerare la transizione energetica viene rallentato perché la transizione stessa non è ancora abbastanza rapida da rendere il sistema sopportabile. Se si mette un prezzo alla CO₂ emessa da caldaie e automobili prima che esistano alternative accessibili su larga scala, il risultato non è la decarbonizzazione. È la rabbia.

Il peso dei numeri: emissioni e bollette

Per capire la portata della partita basta un dato: una volta a regime, il sistema ETS2 regolerà circa il 75% delle emissioni di gas serra dell’Unione. Tre quarti dell’impronta climatica del continente passeranno attraverso un meccanismo di mercato, con un prezzo del carbonio che si formerà alle aste e che inevitabilmente si trasferirà sui prezzi finali. Il think tank Bruegel, in una analisi pubblicata nei mesi scorsi, ha messo in fila i possibili contraccolpi per i consumatori, che rischiano bollette energetiche più care se non passano a tecnologie a basse emissioni.

Qui sta il nodo: la transizione non è una scelta binaria tra «rinnovabili» e «fonti fossili». È una questione di reddito disponibile, di patrimoni edilizi, di mezzi di trasporto. Chi vive in un condominio anni Sessanta con caldaia centralizzata a gasolio non ha lo stesso margine di manovra di chi abita in una villetta di nuova costruzione con pompa di calore e pannelli fotovoltaici. Il prezzo del carbonio è uguale per tutti. La capacità di risposta no.

L’Agenzia europea dell’ambiente lo ha scritto senza giri di parole: l’ETS2 avrà impatti differenziati tra i gruppi di reddito. La posta in gioco non è solo ambientale, ma distributiva. E il rinvio al 2028 non cancella il problema: lo sposta in avanti, nella speranza che nel frattempo qualcosa cambi.

Un fondo per il clima, ma per chi?

La risposta dell’Unione europea alla questione sociale si chiama Fondo Sociale per il Clima. Sulla carta è il meccanismo pensato per accompagnare le famiglie vulnerabili dentro la transizione, compensando almeno in parte l’aumento dei costi energetici indotto dal prezzo del carbonio. L’Agenzia europea dell’ambiente lo definisce «il principale meccanismo per proteggere le famiglie vulnerabili». Il condizionale è d’obbligo, perché il fondo esiste nei regolamenti ma deve ancora dimostrare di funzionare nella realtà.

Il problema non è l’architettura tecnica. È la scala: quante famiglie saranno coperte? Con quali criteri di accesso? E con quale rapidità nell’erogazione? Se il fondo interviene dopo che le bollette sono già salite, il danno — anche politico — è fatto. Se i criteri sono troppo restrittivi, si lascia scoperta una fascia intermedia che non è povera abbastanza per ricevere aiuti ma non è ricca abbastanza per cambiare caldaia o automobile senza pensarci due volte. È la trappola del ceto medio nella transizione: troppo solvente per i sussidi, troppo fragile per reggere il colpo.

Il rinvio al 2028 guadagna tempo, ma non risolve il problema di fondo. L’ETS2 resta il più grande esperimento di carbon pricing applicato ai consumi domestici mai tentato al mondo. La domanda non è se funzionerà per l’ambiente — il meccanismo di mercato, nel lungo periodo, tenderà a spingere verso tecnologie pulite. La domanda è se funzionerà per le persone. Il Fondo Sociale per il Clima basterà a proteggere i più esposti? O servirà solo a rimandare una frattura sociale che prima o poi troverà il suo prezzo politico?