34 miliardi di investimento per l’idrogeno verde in un paese dove metà della popolazione non ha elettricità

La scorsa settimana, il 21 luglio 2026, il ministro degli esteri tedesco è atterrato in Mauritania per una visita in cui, Germania e Mauritania hanno promesso di rafforzare la cooperazione bilaterale. Un linguaggio diplomatico che evoca ponti costruiti, intese strategiche e futuri condivisi. Peccato che lo sfondo di questa promessa sia un paese dove oltre la metà della popolazione non ha accesso all’elettricità. Trentaquattro miliardi di dollari per produrre idrogeno verde nel deserto, mentre migliaia di famiglie aspettano ancora un allacciamento alla rete: l’ultimo paradosso di una transizione energetica globale che corre a doppia velocità, e non sempre nella stessa direzione.

Dietro le quinte dell’incontro diplomatico, però, c’è un lavoro che viene da lontano. A farsi carico dell’eredità non sono i governi, ma un consorzio internazionale che ha già messo sul tavolo un investimento monstre: 34 miliardi di dollari. A comporlo sono Infinity dall’Egitto, Masdar dagli Emirati Arabi Uniti e Conjuncta dalla Germania, che hanno annunciato un ambizioso progetto di produzione di idrogeno verde in Mauritania. E a rendere possibile questa partita è stato un altro tassello, meno visibile ma decisivo: già nel settembre 2024 la Mauritania ha approvato il primo “codice dell’idrogeno” al mondo, come certificato da un osservatorio specializzato. Una mossa normativa che ha spianato la strada agli investitori, ma che rischia di rimanere una cornice scritta per pochi se non si traduce in diritti per molti.

La promessa dei numeri

Bypassando i formalismi, è il linguaggio delle cifre a parlare chiaro. Le proiezioni indicano che il progetto dell’idrogeno verde potrebbe aumentare il PIL della Mauritania del 40-50% entro il 2030 e del 50-60% entro il 2035. Non un incremento marginale, ma un raddoppio potenziale della ricchezza nazionale in meno di un decennio. Sulla stessa traccia, la roadmap prevede di ridurre la disoccupazione nazionale di quasi un terzo entro il 2035. Se queste stime si concretizzassero, la Mauritania passerebbe dall’essere uno degli stati più fragili del Sahel a un hub energetico capace di attrarre capitali da tutto il mondo.

Ma ogni proiezione è figlia del contesto che la genera, e qui il contesto è fragile per definizione. La Mauritania può contare su un potenziale rinnovabile immenso: oltre 350 gigawatt di energia da eolico e solare, stando a una dichiarazione di von der Leyen ripresa dalla stampa economica africana. È un serbatoio naturale che rende tecnicamente plausibile l’ambizione. Tuttavia, la scala dell’investimento e la concentrazione delle risorse su un unico progetto creano una dipendenza rischiosa. Cosa succede se i costi dell’idrogeno sul mercato globale non tengono? Se la domanda europea, che trainerebbe l’export, rallenta? La promessa dei numeri è seducente, ma ipoteca il futuro del paese su una scommessa che nessun governo, da solo, può controllare fino in fondo.

E poi c’è l’incognita sociale. L’aumento del PIL è un indicatore aggregato che non dice nulla su come quella ricchezza verrà distribuita. La disoccupazione potrebbe ridursi di un terzo, ma resterebbe comunque altissima. E i due terzi rimanenti? La popolazione che vive lontano dalle coste, nei villaggi dell’interno dove l’energia arriva con il contagocce, vedrà passare l’idrogeno sugli elettrodotti diretti ai porti senza che nulla cambi nella vita quotidiana. Le stime non sono false, ma sono parziali: raccontano una media che schiaccia le disuguaglianze invece di fotografarle.

Il prezzo del sogno

Perché se il PIL cresce, non è detto che cresca anche l’equità. Il codice dell’idrogeno approvato dalla Mauritania nel 2024 offre un pacchetto di incentivi pensato per sedurre gli investitori stranieri: esenzioni IVA e sui dazi all’esportazione, dazi ridotti su attrezzature essenziali e un’imposta progressiva sulle società. Una legge costruita per abbattere le barriere all’ingresso di capitali, ma che non contiene alcun meccanismo vincolante per garantire che una quota dell’energia prodotta resti nel paese, o che le comunità locali vengano coinvolte nella gestione delle infrastrutture. Il rischio è quello di un’enclave estrattiva 2.0: non più petrolio o minerali, ma elettroni e molecole, con lo stesso schema di esportazione della materia prima e marginalizzazione del territorio.

Il nodo irrisolto è chi controllerà le infrastrutture. Il consorzio Infinity-Masdar-Conjuncta realizzerà impianti di elettrolisi, parchi eolici, reti di trasporto. Ma una volta costruiti, chi li gestirà? Lo Stato mauritano ha le competenze tecniche e finanziarie per sedere al tavolo da protagonista, o si limiterà a incassare royalties e tasse come ha fatto per decenni con le risorse minerarie? La storia economica della regione suggerisce prudenza. E l’assenza, al momento, di un’autorità indipendente che vigili sulla ripartizione dei benefici è una lacuna che le proiezioni ottimistiche non colmano.

Resta un interrogativo aperto: la Mauritania diventerà un hub energetico o un’ennesima enclave estrattiva, con la differenza che questa volta la risorsa è pulita? L’annuncio diplomatico di luglio e i miliardi del consorzio raccontano una storia di modernità e progresso. Ma la distanza tra la firma di un accordo e l’accesso all’elettricità per l’ultimo villaggio sahariano si misura in decenni, non in esercizi finanziari. Il futuro della Mauritania è scritto nel vento e nel sole, ma il timore è che a leggerlo siano solo pochi.