La joint venture anglo-giapponese consolida la presenza nel Mare del Nord mentre altri operatori si ritirano
Due operazioni firmate nella stessa giornata e un unico, evidente paradosso: mentre il mercato dell’eolico offshore annaspa e i grandi operatori annunciano ritirate e ridimensionamenti, la nuova creatura nata dall’asse tra Tokyo e Londra consolida le proprie posizioni nel Mare del Nord belga. L’annuncio è arrivato ieri, 3 luglio 2026: JERA Nex BP ha acquisito la piena proprietà di Northwester 2, il parco eolico offshore da 219 megawatt, comprando la quota del 30 per cento ancora in mano alla giapponese Sumitomo Corporation. E, quasi fosse un’operazione a specchio, ha alzato la propria partecipazione nel limitrofo parco di Nobelwind fino all’80,1 per cento, rilevando il 39,02 per cento sempre da Sumitomo. Due mosse che, a prima vista, sembrano raccontare una storia lineare: un’azienda che investe, cresce e mette radici. Il problema è che tutto intorno si muove nella direzione opposta.
La doppia mossa belga
Northwester 2 sorge a 51 chilometri dalla costa, è stato il primo parco eolico al mondo a utilizzare le turbine V164-9.5 MW — le più potenti mai entrate in esercizio commerciale quando vennero accese nel 2020 — e da solo ha portato la capacità eolica offshore belga a quota 1.776 megawatt. Nobelwind, commissionato nel 2017 come seconda fase del parco Belwind, schiera cinquanta turbine Vestas V112-3.3 MW a 47 chilometri dalla costa. Numeri solidi, ma non stiamo parlando di due colossi: sono parchi maturi, con flussi di cassa prevedibili e contratti di vendita dell’energia già firmati. La loro acquisizione non è una scommessa sulla frontiera tecnologica, quanto piuttosto una presa di posizione in un quadrante geografico — il Mare del Nord belga — che evidentemente JERA Nex BP considera strategico. E qui comincia la parte più interessante della storia.
Un gigante nasce sulla ritirata altrui
Per capire cosa stia succedendo bisogna fare un passo indietro, fino al 2023, quando la giapponese JERA acquisì Parkwind, lo sviluppatore originale proprio di Northwester 2 e Nobelwind. Poi lanciò JERA Nex, la sua divisione dedicata alle rinnovabili, e a dicembre 2024 arrivò l’annuncio che ha ridisegnato gli equilibri del settore: BP e JERA firmarono un accordo per fondere le rispettive attività nell’eolico offshore in una nuova società indipendente con sede a Londra, partecipata al 50 per cento da ciascun partner. Una joint venture che, nei documenti ufficiali, prometteva di diventare uno dei maggiori sviluppatori globali, con un portafoglio di 13 GW e 5,8 miliardi di dollari di impegni di capitale, capace di competere con nomi come Ørsted, RWE e Vattenfall. Ambizione non da poco, per una realtà che ancora doveva dimostrare di saper camminare con le proprie gambe.
Da allora, però, lo scenario è cambiato — e non poco. Nell’ottobre dello scorso anno è stata la stessa JERA Nex BP a comunicare la riduzione delle attività negli Stati Uniti a un livello minimo, con la chiusura delle operazioni sul mercato americano. Una ritirata che ha fatto rumore, perché contraddiceva in modo plateale la retorica espansiva di pochi mesi prima. Nel frattempo, in Europa, le cose non andavano meglio per tutti: a gennaio di quest’anno la tedesca EnBW ha annunciato il ritiro dai progetti Morgan e Mona nel Regno Unito, dopo che entrambi non erano riusciti a ottenere i Contracts for Difference nell’ultima tornata di aste britanniche. Secondo quanto comunicato dalla stessa EnBW, i progetti venivano abbandonati. E chi si è fatto avanti per rilevare il progetto Mona, acquisendone l’intera proprietà? Esatto: JERA Nex BP.
È questo il paradosso centrale: la joint venture ridimensiona le ambizioni americane, ma allo stesso tempo allunga la mano dove altri mollano la presa. Una strategia che ha una sua logica industriale — concentrare capitali e competenze in un mercato, quello europeo, dove i meccanismi di sostegno sono più prevedibili e i prezzi dell’energia più stabili — ma che solleva inevitabilmente la domanda su come verrà finanziata. Quei 5,8 miliardi di dollari di impegni di capitale, annunciati a dicembre 2024, non sono ancora tutti spesi. E i bilanci di BP e JERA, alle prese con le pressioni della transizione energetica e con investitori sempre più guardinghi, dovranno prima o poi fare i conti con la realtà.
Quanto vale davvero la scommessa degli yen?
C’è un dettaglio che aiuta a mettere a fuoco la posta in gioco: Northwester 2 non è un progetto in cerca di acquirenti per l’energia che produrrà. Già nel febbraio 2019, RWE e Parkwind avevano firmato un PPA per Northwester 2, un contratto a lungo termine che garantisce la vendita dell’elettricità generata dal parco. Più di recente, anche il colosso olandese dei semiconduttori ASML ha siglato un nuovo PPA per ritirare energia aggiuntiva dallo stesso impianto. In altre parole, i ricavi futuri di Northwester 2 sono blindati, il che rende l’acquisizione meno rischiosa di quanto si potrebbe pensare. Nobelwind, operativo da quasi dieci anni, è in una fase di vita in cui le incognite tecniche sono ormai ridotte al minimo. Dal punto di vista della redditività, la mossa belga ha senso. Ma è il resto del castello a dover essere costruito.
Perché diventare un attore globale dell’eolico offshore richiede molto più che consolidare asset esistenti. Significa vincere aste, sviluppare progetti in acque sempre più profonde, negoziare con governi e autorità regolatorie, e soprattutto rassicurare le banche che i miliardi promessi arriveranno davvero. La ritirata dagli Stati Uniti e il contestuale rafforzamento in Belgio e nel Regno Unito disegnano una rotta che punta dritta verso il Mare del Nord, ma la domanda che resta senza risposta è se JERA Nex BP riuscirà a mantenere fede agli impegni finanziari annunciati. I 5,8 miliardi di dollari sono una cifra che, in un mercato dell’eolico offshore dove i costi di capitale sono in aumento e le catene di fornitura restano fragili, potrebbero non bastare. O potrebbero non arrivare affatto. Riuscirà la nuova società a trasformare il Mare del Nord nella sua centrale di potere, o rimarrà intrappolata nella bonaccia di una transizione energetica sempre più difficile?




