Il progetto nel Golfo di Manfredonia attende dal 2008, mentre la burocrazia blocca oltre il 69% delle pratiche rinnovabili

2008: nel Golfo di Manfredonia un progetto eolico offshore presenta la prima richiesta di autorizzazione. Ieri, 3 luglio 2026, quella pratica era ancora sulla scrivania di qualche ufficio. Diciotto anni dopo. Non serve scomodare paragoni con i tempi cinesi o britannici — bastano questi diciotto anni per capire la natura del problema. L’Italia possiede già le competenze necessarie per sviluppare l’eolico offshore e la sua filiera, la tecnologia ha raggiunto una maturità industriale che fino a un decennio fa non esisteva, e la mole di progetti in attesa di valutazione è imponente. Eppure mancano due ingredienti essenziali: iter autorizzativi più rapidi e un quadro normativo chiaro e stabile. Il risultato è che le pale girano altrove, mentre qui aspettano un timbro.

18 anni di attesa: la cronaca di un blocco annunciato

Il caso di Manfredonia non è un’eccezione pittoresca da raccontare nei convegni. È la regola. A gennaio 2026 Legambiente ha scattato una radiografia della burocrazia energetica che lascia poco spazio alle interpretazioni: su 1.781 progetti a fonti rinnovabili in fase di valutazione nell’ambito della Via Pnrr-Pniec, 1.234 — pari al 69,3 per cento del totale — sono ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica. Più di due terzi delle pratiche sono ferme a un passaggio istruttorio, senza neppure arrivare alla decisione finale. Non un via libera, non un diniego: semplicemente, silenzio.

Il paradosso è che le condizioni tecniche e industriali per partire ci sarebbero tutte. La taglia delle turbine è cresciuta, i costi del megawattora sono scesi, le catene di fornitura si sono strutturate. L’Italia ha cantieri, know-how metalmeccanico, porti adatti all’assemblaggio. Ma il collo di bottiglia non sta in mare: sta nelle stanze in cui si istruiscono le pratiche. E lì il tempo si dilata. Il progetto del Golfo di Manfredonia, il primo in ordine cronologico, aspetta dal 2008. Altri, presentati negli anni successivi, condividono la stessa anticamera. La tecnologia nel frattempo è cambiata due volte. I piani finanziari originali sono scaduti e rifatti. Gli investitori internazionali guardano, scuotono la testa e vanno dove i tempi sono certi — Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi.

Il prezzo dei ritardi: numeri che fanno male

Quando un progetto resta bloccato per anni, il costo non è solo amministrativo. C’è un prezzo economico, industriale e strategico che si accumula silenziosamente. Prendiamo il caso dell’hub rinnovabile integrato al largo di Ravenna: oltre 750 megawatt tra eolico offshore, solare galleggiante, accumulo, idrogeno e acquacoltura. La Valutazione di impatto ambientale è stata positiva, tutti i permessi sono stati ottenuti nel corso del 2024. Eppure il progetto è fermo. Non per un intoppo autorizzativo, non per un ricorso: manca un quadro regolatorio adeguato che permetta di passare dalla carta al cantiere. La differenza tra «autorizzato» e «realizzabile» è tutta lì, in quello spazio vuoto che la normativa non ha ancora riempito.

L’inerzia italiana si inserisce in un quadro europeo già teso. Secondo i dati di WindEurope, l’Unione è in ritardo rispetto agli obiettivi eolici fissati per il 2030: la capacità installata attesa si ferma a 344 gigawatt, contro un target di 425 GW. Mancano 81 gigawatt all’appello, una cifra paragonabile all’intera potenza eolica installata oggi in Germania. E i ritardi autorizzativi sono indicati da WindEurope come uno dei colli di bottiglia chiave che frenano lo sviluppo dell’eolico in Europa. L’Italia, in questo ritardo collettivo, rischia di passare da potenziale protagonista a comparsa: ha chilometri di costa, vento costante nell’Adriatico e nello Ionio, profondità compatibili con le fondazioni fisse, e una domanda elettrica che nelle regioni meridionali potrebbe trovare nell’eolico offshore un complemento naturale al fotovoltaico. Ma senza un quadro di regole che trasformi i progetti autorizzati in cantieri aperti, tutto questo resta potenziale inespresso.

C’è un altro costo, meno visibile ma altrettanto reale: quello della credibilità. Gli sviluppatori internazionali che hanno investito tempo e risorse per presentare progetti in Italia osservano i tempi di risposta e fanno confronti. In Gran Bretagna l’iter per un parco eolico offshore richiede mediamente tra i due e i quattro anni dalla presentazione alla decisione finale. Non è una questione di lassismo regolatorio — gli standard ambientali britannici sono severi — ma di efficienza procedurale. In Italia, diciotto anni dopo la prima richiesta, si sta ancora discutendo di come snellire le procedure.

E adesso? La finestra si sta chiudendo

La tecnologia è pronta, il mercato anche. Ieri la stessa analisi pubblicata da Staffetta Quotidiana sottolineava che il momento per l’eolico offshore potrebbe essere propizio, proprio per la maturità raggiunta dalla tecnologia e per l’accumulo di progetti in coda. Cosa manca, allora? La risposta è sempre la stessa: iter rapidi e regole stabili. Non incentivi straordinari, non scorciatoie ambientali. Solo tempi certi e un quadro normativo che dica con chiarezza come si passa dall’autorizzazione alla posa del primo cavo.

Il 2030 è dietro l’angolo. Per l’eolico offshore italiano, il conto alla rovescia è già iniziato.