Confindustria, Bdi e Medef chiedono a Bruxelles una revisione profonda, mentre il prezzo delle quote sale il giorno dell’annuncio
Il segnale del mercato
La dinamica è semplice. L’Emissions Trading System fissa un tetto alle emissioni e obbliga le aziende a comprare permessi per ogni tonnellata di CO2 rilasciata. Meno permessi disponibili, prezzo più alto. La logica di fondo è spingere l’industria verso processi meno emissivi rendendo conveniente investire in efficienza e rinnovabili. Ma quando Bruxelles parla di revisione per alleggerire la pressione sulle imprese, i trader si aspettano un aumento dell’offerta di quote o meccanismi calmieratori. Invece, il 17 luglio, il mercato ha visto una proposta di ritocchi che Confindustria bolla senza giri di parole come interventi “con effetti solo marginali nel breve termine”. Il presidente Emanuele Orsini ha spiegato che l’impennata del prezzo proprio il giorno dell’annuncio è un segnale inequivocabile: ci si aspettava una revisione profonda che non è arrivata. Il mercato ha sentito odore di occasioni mancate e ha riprezzato il rischio. Il paradosso è che una riforma nata per aiutare ha finito per rendere ancora più volatile l’asset che dovrebbe governare.
Un fronte unito come mai prima
Non è solo Confindustria a leggere la proposta con disappunto. Lo scorso 9 luglio, le tre maggiori federazioni industriali del continente hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione europea. I firmatari sono Confindustria per l’Italia, la BDI per la Germania e il MEDEF per la Francia: per la prima volta esprimono una posizione comune su un dossier che tocca nervi scoperti in tutte e tre le economie. È un fatto che ha un peso politico netto, perché sconfina dalle abituali divergenze tra Paesi su temi di politica industriale ed energetica. La diagnosi condivisa è che il sistema ETS, così com’è e così come resterà se la proposta di luglio passa senza modifiche sostanziali, sposta costi senza accelerare la decarbonizzazione. Colpisce cioè chi consuma energia per produrre (carta, vetro, acciaio, chimica) senza offrire un quadro di investimenti certo per chi deve installare impianti.
Il nodo, per un tecnico che segue l’energia pulita, sta tutto qui. L’ETS è stato pensato per dare un segnale di prezzo che orienti le scelte impiantistiche verso tecnologie a basse emissioni. Ma un prezzo che balla su logiche di breve termine, con picchi generati da incertezze regolatorie anziché da segnali di scarsità reali, è un pessimo consulente. Un direttore di stabilimento che valuta un investimento da milioni di euro in un forno elettrico o in un sistema di cattura non può farlo con un indicatore che cambia del cinque per cento il giorno in cui Bruxelles pubblica un documento. Vuole sapere quanto gli costerà la CO2 tra cinque anni, non tra cinque minuti. La lettera a tre firme chiede esattamente questo: un’architettura che tenga insieme l’obiettivo climatico del 2040 e la tenuta della capacità produttiva.
Il nodo italiano: investimenti appesi a un filo
Mentre il dibattito tecnico si consumava tra le reazioni alla proposta della Commissione, lo scorso 21 luglio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riunito i leader della coalizione di governo. All’ordine del giorno c’erano gli investimenti energetici legati a quella flessibilità di bilancio che l’Unione europea ha concesso all’Italia lo scorso giugno, proprio per far fronte alla crisi energetica. Il meccanismo è delicato: Bruxelles ha detto sì alla richiesta di Roma, aprendo uno spazio fiscale che Palazzo Chigi intende riempire con progetti legati all’energia. Ma uno spazio fiscale si riempie con decisioni di spesa che hanno bisogno di certezze sui costi futuri. Se il quadro regolatorio dell’ETS resta incerto, il ritorno atteso di quegli investimenti si annebbia.
L’incontro di Meloni, pensato in primo luogo per discutere di investimenti, si è trasformato in un vertice sulla riforma dell’Emissions Trading System. Non sorprende: il sistema che tassa le emissioni di carbonio, scrive Staffetta, “allarma Confindustria” e con essa un’intera filiera di soggetti che vanno dai produttori di energia ai grandi consumatori industriali, fino ai fornitori di tecnologie per l’efficienza. L’Italia ha ottenuto la flessibilità di bilancio, ma ora si trova con una leva finanziaria che rischia di essere ipotecata dall’incertezza normativa. Il governo deve decidere in fretta come allocare le risorse, ma farlo in assenza di un segnale di prezzo del carbonio stabile significa esporre quelle risorse a un rischio di inefficacia.
La domanda che resta sul tavolo, a diciassette giorni da quel vertice, è se il governo riuscirà a ottenere modifiche reali alla proposta della Commissione. Gli spazi di manovra ci sono, ma richiedono un coordinamento europeo che va ben oltre la singola lettera congiunta. E richiedono che il dibattito si sposti da critiche generiche a proposte misurate: meccanismi di stabilizzazione dei prezzi, corridoi di prezzo, riserve di aggiustamento, differenziazione tra settori esposti e non esposti alla concorrenza internazionale. Per chi progetta, installa e gestisce impianti, la distanza tra la promessa europea di competitività sostenibile e il campo è ancora colmata da incertezza sui costi e da scelte politiche che, oggi, corrono più lente dei mercati.




