Dieci miliardi di incentivi all’anno, ma i dati sulla forza del vento restano riservati su richiesta delle società proponenti
Per dieci miliardi di euro di incentivi pubblici all’anno, ai cittadini si nega il diritto di sapere se il vento soffia abbastanza. Succede in Valmarecchia, dove i dati anemologici per i maxi-impianti eolici non sono di solito consultabili, mentre i progetti si moltiplicano su entrambi i versanti dell’Appennino. Un paradosso che racconta molto di come funziona — e per chi funziona — la transizione energetica italiana.
I segreti del vento
Già nel 2023, la sezione Valmarecchia di Italia Nostra aveva chiesto di accedere ai dati anemologici del parco eolico Badia del Vento. La Regione Toscana ha risposto con un diniego. La motivazione? La società proponente, FERA srl, aveva espressamente richiesto di non rendere pubblico il documento. Una richiesta che la Regione ha accolto senza battere ciglio.
Nel frattempo, i progetti non si sono fermati. Badia del Vento prevede 7 aerogeneratori alti 180 metri a Monte Loggio, a circa 2 chilometri da Casteldelci, che si estenderanno per quasi tre chilometri a una quota fra i 1.045 e i 1.147 metri. Poco lontano, il parco Poggio Tre Vescovi prevede l’installazione di 11 aerogeneratori nel comune di Badia Tedalda, in provincia di Arezzo. E non sono gli unici: lo scorso novembre si contavano già sette progetti per complessive 66 pale nell’area montana che abbraccia Toscana orientale, Emilia-Romagna e Marche.
La Coalizione TESS ha messo il dito su un punto che il diritto amministrativo fatica a metabolizzare: il vento è un elemento naturale non assoggettabile al dominio privatistico di un soggetto economico. Eppure, nella prassi, i dati che ne misurano lo sfruttamento vengono trattati come proprietà privata di chi presenta il progetto. Un cortocircuito che lascia amministratori e cittadini senza gli strumenti per valutare la congruità di impianti che ridisegneranno il paesaggio per decenni.
La bolletta del vento
Dietro l’opacità c’è una macchina da miliardi. Secondo Italia Nostra, ogni anno vengono stanziati 10 miliardi di euro a livello nazionale per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Una cifra che trova riscontro nei numeri ufficiali: nel 2025 il costo degli incentivi in bolletta è salito a 9,6 miliardi di euro, contro i 9,3 miliardi dell’anno precedente, inclusi i regimi speciali. L’aumento della produzione da fonti rinnovabili si traduce in un incremento diretto sulla bolletta di famiglie e imprese.
Il quadro normativo che alimenta questo flusso di denaro pubblico ha trovato lo scorso dicembre un nuovo tassello con il decreto FER X Transitorio, firmato il 30 dicembre 2024. Il meccanismo, gestito dal GSE, sostiene la produzione di energia elettrica da impianti a fonti rinnovabili con costi di generazione vicini alla competitività di mercato. Tradotto: si incentivano anche impianti che stanno quasi in piedi da soli. La Commissione europea ha nel frattempo dato il via libera al regime FER X nella sua forma piena: un pacchetto da 23 miliardi di euro per sostenere circa 37,15 GW di nuova capacità rinnovabile attraverso contratti per differenza bidirezionali della durata di vent’anni.
Vent’anni è una generazione. È il tempo per cui un fondo d’investimento pianifica il ritorno del capitale, ma è anche il tempo per cui un territorio si ritrova vincolato a scelte prese senza che i suoi abitanti abbiano potuto leggere i dati su cui quelle scelte si fondano. La domanda non è se gli incentivi servano — servono, e la transizione ha bisogno di strumenti pubblici — ma se sia accettabile che un flusso di risorse di questa portata viaggi dentro procedure che blindano le informazioni tecniche essenziali per il controllo democratico.
Vincitori e vinti
Non solo numeri, ma volti e luoghi. Lo scorso luglio, la Provincia di Rimini e l’Unione dei Comuni della Valmarecchia hanno formalmente criticato i progetti di Badia del Vento e Poggio dei Tre Vescovi. Non si tratta di un generico «no» alle rinnovabili, ma di una presa di posizione di enti locali che chiedono di essere messi nelle condizioni di valutare, numeri alla mano, l’impatto di impianti che ricadono sui loro territori.
Da un lato ci sono gli sviluppatori, che operano legittimamente dentro le regole che il legislatore ha scritto. Dall’altro ci sono amministrazioni locali, associazioni come Italia Nostra e la Coalizione TESS, e cittadini che vedono il paesaggio della Valmarecchia trasformarsi senza aver mai potuto esaminare i dati che giustificano quella trasformazione. In mezzo c’è lo Stato, che da un lato eroga incentivi miliardari e dall’altro consente che le informazioni tecniche fondamentali restino fuori dalla portata del pubblico. Non è una contraddizione da poco: significa che il denaro pubblico finanzia progetti la cui sostenibilità tecnica non è verificabile dalla collettività che quei progetti li paga in bolletta e li subisce sul territorio.
Il vento è di tutti, ma i profitti sembrano già assegnati. Ai cittadini, per ora, restano bollette più care e un paesaggio che cambia senza di loro. La partita è aperta, e la posta in gioco non è solo ambientale: è democratica.




