I pozzi esauriti di petrolio e gas possono diventare batterie termiche a 200 gradi
Lunedì scorso, un sistema di accumulo al litio da 1,5 MW ha preso fuoco a Bautzen, in Sassonia. I vigili del fuoco hanno raffreddato i container con una portata d’acqua di 5.000 litri al minuto per scongiurare l’escalation termica. Venticinque persone evacuate nel pomeriggio, altre diciassette nella notte. Ai residenti del centro storico è stato detto di chiudere le finestre e spegnere l’aria condizionata per i fumi percepiti nell’area. È l’ultimo avvertimento in ordine di tempo su un nodo che il settore conosce: lo stoccaggio chimico ha limiti fisici, economici e di accettazione sociale che non possiamo più permetterci di ignorare.
Nel frattempo, il costo delle celle che riempiono quei container non scende più. Le celle LFP da 314 Ah per storage hanno registrato un aumento dei prezzi di circa il 20% negli ultimi sei mesi. Un’inversione di tendenza che comprime i margini degli integratori proprio quando la domanda di accumulo stazionario esplode. Ma c’è un’alternativa che non ha la chimica di un elettrolita infiammabile e non dipende dalle quotazioni del litio. Riutilizza infrastrutture già perforate, già autorizzate, già connesse alla rete: vecchi pozzi di petrolio e gas trasformati in batterie termiche.
Come si carica un pozzo con il sole di troppo
Il meccanismo è un’idea da ingegneri, non da sognatori. La piattaforma Borehole Battery di Geo2Watts preleva l’elettricità fotovoltaica in eccesso – quella che nei pomeriggi soleggiati di aprile e maggio manda i prezzi dell’energia in territorio negativo – e la usa per alimentare una pompa di calore ad alta temperatura. Il calore generato viene trasferito, attraverso un circuito idraulico chiuso, in pozzi inattivi riconvertiti, dove si accumula a temperature che raggiungono circa 200 °C.
Non è geotermia: i pozzi non sfruttano calore endogeno. Sono sistemi di accumulo termico ingegnerizzati, serbatoi artificiali caricati con elettricità che altrimenti verrebbe limitata. Quando la sera la domanda sale e il fotovoltaico smette di produrre, il calore accumulato aziona un espansore collegato a un generatore, producendo energia pulita programmabile. Il sistema integra il fotovoltaico trasformando la produzione solare in eccesso – quella il cui valore economico immediato è prossimo allo zero – in una risorsa distribuibile quando serve.
Quaranta dollari al megawattora e una flotta di pozzi dormienti
Il report Lazard LCOE+ 2026 colloca il fotovoltaico utility-scale tra le fonti meno costose per nuova capacità, con un costo livellato non incentivato tra 40 e 61 $/MWh. Numeri che raccontano una verità scomoda: produrre energia solare costa poco, ma la rete non sa cosa farsene quando l’offerta supera la domanda o la capacità di trasmissione disponibile. Ecco perché il disaccoppiamento temporale tra generazione e consumo è il vero problema da risolvere – non il costo del pannello.
Va detto con chiarezza: il rapporto Lazard non dimostra che la Borehole Battery sia meno costosa dei sistemi BESS tradizionali. Siamo ancora lontani da un LCOE comparabile per lo storage termico in pozzo. Ma il confronto non è solo sul costo livellato: è sulla natura dell’asset. Un pozzo riconvertito non ha catodi da degradare, non richiede litio né cobalto, non brucia. E l’Europa – dall’Austria alla Pianura Padana, dal Mare del Nord alla Pannonia – è crivellata di pozzi esauriti che oggi rappresentano solo una passività ambientale.
Cosa cambia per chi progetta un impianto oggi
Per un developer fotovoltaico, l’equazione sta diventando: quanto mi costa non vendere un megawattora in ora diurne? La risposta, in sempre più mercati, è un mancato ricavo che erode il ritorno dell’investimento. Avere un accumulo termico in pozzo a valle dell’impianto significa trasformare un taglio di produzione in un’opzione di vendita differita. Con un trade-off preciso: efficienza di round-trip inferiore rispetto a un BESS al litio (siamo probabilmente nell’intorno del 50-60% contro l’85-90% di una batteria), ma costo di capacità molto più basso e nessun rischio incendio da gestire con piani di emergenza e vasche di contenimento.
Intanto, la ricerca sui materiali avanza su un altro fronte. Oxford PV e Caelux hanno aderito a un’iniziativa globale chiamata AI Materials Foundry, lanciata dalla venture britannica CuspAI, per combinare competenze nella scienza dei materiali con la piattaforma di AI agentic MIRA. Cercano perovskiti più stabili, non accumulatori termici, ma il punto è lo stesso: la prossima ondata di soluzioni per la programmabilità dell’energia non arriverà dalla chimica degli ioni, ma da un intreccio di vecchie infrastrutture e nuovi algoritmi. Le batterie vanno a fuoco, i pozzi no – e qualche migliaio di metri sotto i nostri piedi c’è già la risposta all’eccesso di sole.




