Il progetto ha superato i test a terra e ora opera su una piattaforma Eni già elettrificata.

Lo scorso 22 luglio, il progetto PosHYdon ha annunciato la prima produzione di idrogeno verde su una piattaforma operativa del Mare del Nord. Il dettaglio che conta non sta nella singola molecola, ma nel punto in cui viene prodotta: il processo per produrre idrogeno verde inizia convertendo l’acqua di mare in acqua demineralizzata direttamente sulla piattaforma Eni Q13a, e l’elettrolisi avviene su un asset già elettrificato e operativo. Non un pontone di prova, non una piattaforma galleggiante destinata al collaudo: una piattaforma di produzione vera, con le sue utenze, i suoi vincoli e la sua rete.

Il primato non è il chilogrammo, è la piattaforma

Se si guarda soltanto al chilogrammo, PosHYdon arriva dopo. Già nel giugno 2023, la piattaforma Sealhyfe di Lhyfe aveva iniziato a produrre i primi chilogrammi di idrogeno verde offshore nell’Oceano Atlantico, a partire dal 20 giugno di quell’anno. Fu il primo idrogeno verde offshore al mondo, ma su una piattaforma galleggiante di prova,
non su un asset produttivo esistente.

La differenza di PosHYdon è strutturale. La piattaforma Q13a di Eni è la prima piattaforma completamente elettrificata nel Mare del Nord olandese: l’elettrolizzatore si innesta su un impianto già elettrificato, già operativo, già collegato. Secondo PosHYdon, il banco di prova a terra era partito prima: l’elettrolizzatore è stato testato presso l’InVesta Expertise Center di Alkmaar a partire dal maggio 2024. Il passaggio dal banco di prova alla piattaforma reale è il salto che separa un pilot da un dimostrativo su asset vivo.

La rete esistente come banco di prova

La produzione sulla Q13a non è fine a se stessa. Il progetto è stato progettato per valutare se l’idrogeno possa essere prodotto offshore e trasportato utilizzando le infrastrutture energetiche esistenti del Mare del Nord, riducendo potenzialmente la necessità di nuove reti di trasmissione. È qui che la domanda diventa più scomoda: a cosa serve produrre una molecola in mare se poi manca il modo di portarla a terra senza duplicare le reti?

La questione non è teorica. La produzione offshore di idrogeno potrebbe aiutare ad affrontare la congestione della rete associata all’espansione eolica offshore su larga scala. In questo scenario, il riutilizzo delle piattaforme offshore esistenti per applicazioni sostenibili è diventato una realtà ormai tangibile. Non un’ipotesi progettuale, ma un cantiere che ha dimostrato di funzionare su un asset reale.

Tangibile, però, non significa ancora scalabile. Se il riuso diventa realtà dimostrativa su una singola piattaforma, resta il nodo di come si passi da un impianto singolo a una filiera operativa: più piattaforme interconnesse, una logistica dell’idrogeno e una domanda industriale capace di assorbirlo su base continua.

Cosa resta da dimostrare a chi installa

Prima di parlare di soluzione industriale, serve guardare a cosa manca sul campo. L’approccio di PosHYdon non è l’unico in cantiere: il processo Dolphyn Hydrogen, per esempio, combina elettrolisi, dissalazione e produzione di idrogeno su una piattaforma eolica galleggiante, un’impostazione diversa da quella di un asset riconvertito. Il confronto tra piattaforme esistenti riqualificate e architetture di nuova concezione è ancora aperto.

PosHYdon ha trasformato il riuso degli asset offshore da ipotesi a fatto dimostrativo; la scala industriale, però, dipende ancora da quanto le infrastrutture esistenti sapranno davvero assorbire l’idrogeno prodotto.