L’elettrolizzatore da 1 MW sostituirà 115mila metri cubi di gas naturale all’anno

165 tonnellate all’anno di idrogeno, 115mila metri cubi di gas naturale in meno, 230 tonnellate di anidride carbonica evitate. Sono numeri contenuti, ma pesano come macigni in un settore che divora gas a ciclo continuo. Lunedì 29 giugno, la Cogne Acciai Speciali ha avviato la produzione di idrogeno verde nel proprio stabilimento di Aosta. Lo ha riportato la Gazzetta Matin, che ha seguito l’entrata in funzione dell’impianto.

L’elettrolizzatore che taglia il gas

Il cuore del progetto è un elettrolizzatore AEM da 1 MW di potenza installata. Non è un gigante — 1 megawatt è la taglia di un impianto pilota industriale, non di una centrale — ma è sufficiente per sostituire il gas naturale in una fase del processo produttivo dell’acciaieria. A regime, l’impianto produrrà 165 tonnellate all’anno di idrogeno verde, stoccabile in un sistema dedicato. Tradotto in termini concreti: almeno 115mila metri cubi di gas naturale all’anno che non verranno bruciati, con un risparmio stimato di circa 230 tonnellate annue di CO₂.

Per dare un ordine di grandezza, 115mila metri cubi di gas corrispondono al consumo annuale di circa 80-100 famiglie italiane. Non è la decarbonizzazione di un’intera acciaieria — la Cogne resta un impianto che lavora acciai inossidabili lunghi e leghe nichel con forni elettrici e processi termici intensivi — ma è un tassello che dimostra la fattibilità tecnica dell’integrazione. Secondo quanto sostenuto dalla stessa Cogne Acciai Speciali, il progetto Green Hydrogen è tra le applicazioni più avanzate in Italia per l’integrazione tra energia rinnovabile, elettrolisi dell’acqua e impiego diretto dell’idrogeno nei processi produttivi di un’acciaieria. Un’affermazione che andrebbe verificata con un censimento aggiornato degli impianti analoghi, ma che dà la misura dell’ambizione.

Resta una domanda: come è stato possibile integrare fonti rinnovabili così diverse in un processo industriale che non si può fermare?

Il puzzle energetico: idroelettrico, fotovoltaico e Pnrr

Dietro il dato di produzione c’è un’architettura energetica che combina due fonti rinnovabili e un finanziamento pubblico consistente. L’elettrolizzatore sarà alimentato da un impianto idroelettrico costruito sulla Dora Baltea e da un parco fotovoltaico da 300 kW di potenza installata — qui la distinzione tra potenza ed energia prodotta è cruciale: 300 kWp fotovoltaici in Valle d’Aosta producono indicativamente tra 300 e 350 MWh all’anno, mentre l’idroelettrico, con un profilo di produzione più costante, copre la base del fabbisogno. L’idrogeno viene prodotto per elettrolisi dell’acqua usando esclusivamente elettricità rinnovabile, condizione necessaria perché possa essere classificato come «verde».

L’investimento è coperto da 7,9 milioni di euro del Pnrr, nell’ambito del progetto Green Hydrogen in Cogne. Senza questi fondi, l’elettrolizzatore da 1 MW difficilmente sarebbe stato installato: il costo di investimento per elettrolizzatori di questa taglia si aggira tra i 3 e i 5 milioni di euro per solo il macchinario, cui vanno aggiunti i costi di integrazione, stoccaggio e adeguamento dei processi industriali. Il Pnrr copre quindi l’intero perimetro del progetto.

L’iniziativa si inserisce in una strategia di sostenibilità che Cogne Acciai Speciali, leader mondiale nella produzione di acciai inossidabili lunghi e leghe nichel, ha iniziato a formalizzare già nel giugno 2025 con la pubblicazione del primo bilancio consolidato di sostenibilità. In quell’occasione, l’amministratore delegato Massimiliano Burelli aveva dichiarato che «la sostenibilità non è un obbligo di rendicontazione: è parte integrante della nostra strategia aziendale. È il modo in cui generiamo valore nel tempo, per tutti i nostri stakeholder». Parole che trovano un primo riscontro concreto nell’avvio dell’elettrolizzatore, ma che vanno lette anche alla luce di un’altra mossa: già nel maggio 2025, Cogne e il Gruppo CVA avevano firmato il primo contratto di Energy Release della Regione Valle d’Aosta, un meccanismo che consente ai grandi consumatori di energia di accedere a elettricità rinnovabile a condizioni agevolate in cambio di investimenti in nuova capacità produttiva.

L’intreccio tra Energy Release, idroelettrico sulla Dora Baltea e fotovoltaico dedicato delinea un modello in cui l’energia rinnovabile non è solo un’etichetta, ma una filiera tracciabile. Resta da capire se questo modello possa uscire dalla nicchia e diventare competitivo senza sussidi.

Il prezzo da battere: quanto vale davvero l’idrogeno verde

L’impianto di Aosta è, per ora, un’isola felice. Viaggia con i 7,9 milioni del Pnrr, che azzerano il costo di investimento e rendono irrilevante, nel breve periodo, la variabile del prezzo dell’idrogeno prodotto. Ma il nodo è proprio lì: quanto costa un chilogrammo di idrogeno verde una volta ammortizzato l’impianto? Dipende dal costo dell’elettricità rinnovabile in ingresso e dall’efficienza dell’elettrolizzatore. Con un consumo indicativo di 50-55 kWh per chilogrammo di idrogeno prodotto e un costo dell’elettricità rinnovabile che in Italia può variare tra 40 e 80 euro al MWh a seconda dei contratti, il costo di produzione si colloca in una forbice tra 2 e 5 euro al chilo — cui va aggiunto il costo di stoccaggio e compressione.

Il gas naturale, ai prezzi del 2026, resta più economico nella maggior parte degli scenari industriali. Per un’acciaieria, il punto di pareggio dipende da quanto si paga la tonnellata di CO₂ nel sistema ETS e da quanto si valorizza la resilienza rispetto alla volatilità del gas. L’idrogeno verde diventa competitivo solo se il costo dell’elettricità rinnovabile scende sotto una certa soglia — o se il prezzo del gas sale. O se i sussidi continuano.

Nei prossimi mesi, il mercato terrà d’occhio i dati operativi dell’impianto: non solo le tonnellate prodotte, ma il costo reale al chilogrammo, una volta che l’elettrolizzatore avrà accumulato un numero sufficiente di ore di funzionamento. Da lì passa il destino di molti progetti analoghi in attesa di valutazione.

Il vero numero da monitorare, alla fine, non sono le 230 tonnellate di CO₂ risparmiate in un anno — che restano un’inezia rispetto alle emissioni complessive del settore siderurgico italiano, stimate in circa 15 milioni di tonnellate annue — ma il costo al chilo dell’idrogeno verde quando i 7,9 milioni del Pnrr saranno solo un ricordo. Quel numero, per ora, non c’è. Ed è l’unico che conta.