Il progetto BarMar, tratto marino del corridoio H2med, è entrato nella fase di progettazione esecutiva
Dieci percento. È la quota di tutto l’idrogeno che l’Europa consumerà nel 2032 che potrebbe passare attraverso un singolo gasdotto sottomarino. Il progetto BarMar — il tubo che collegherà Barcellona a Marsiglia — è entrato nella fase di progettazione ingegneristica di dettaglio, il cosiddetto FEED: l’annuncio è arrivato nei giorni scorsi da OGE, uno dei gestori del sistema di trasporto coinvolti nel consorzio. La data di esercizio commerciale resta il 2032, ma l’ingresso nel FEED segna uno spartiacque: si smette di parlare di intenzioni e si comincia a disegnare giunti, pressioni, materiali.
La cifra del 10% non è un’iperbole. Secondo le stime del progetto, nel 2032 l’Europa consumerà circa 20 milioni di tonnellate di idrogeno all’anno. Il corridoio H2med — di cui BarMar è il tratto marittimo — è progettato per trasportarne 2 milioni, esattamente un decimo del fabbisogno continentale previsto. Messo in prospettiva: un’infrastruttura sola, gestita da tre paesi, coprirebbe una fetta di mercato paragonabile a quella di intere filiere nazionali messe insieme.
Dalla politica ai fondi: la lunga gestazione
Il progetto non nasce oggi. L’impulso politico risale all’ottobre 2022, quando i leader di Spagna, Francia e Portogallo decisero di accelerare le interconnessioni energetiche e di creare un corridoio verde che collegasse la penisola iberica alla rete europea. Poche settimane dopo, al vertice Euromed di Alicante del 9 dicembre 2022, quell’impegno veniva ratificato con il sostegno esplicito della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Allora sembrava soprattutto un gesto diplomatico: tre paesi che si mettevano d’accordo su una direzione comune, con Bruxelles a benedire.
Ci sono voluti quasi due anni perché quell’intesa si traducesse in un passaggio amministrativo concreto: l’8 aprile 2024, H2med veniva inserito nell’elenco dei Progetti di Interesse Comune (PCI) e dei Progetti di Interesse Reciproco (PMI) pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea. L’etichetta PCI non è un timbro simbolico: significa accesso prioritario ai finanziamenti comunitari e procedure autorizzative accelerate. Ed è esattamente quello che è successo. A gennaio 2025, il progetto BarMar ha ottenuto 28.336.978 euro di fondi CEF (Connecting Europe Facility), destinati a coprire parte degli studi di ingegneria e le campagne di ricognizione marina e ambientale. Nello stesso pacchetto, il progetto gemello CelZa — la tratta che attraverserà i Pirenei collegando Celorico in Portogallo a Zamora in Spagna — ne ha ricevuti altri 7,2 milioni per le fasi di ingegneria di base e dettagliata del gasdotto e della stazione di compressione. In totale, oltre 35 milioni di euro di fondi europei per portare H2med dalla carta ai fondali.
L’accelerazione degli ultimi mesi è stata significativa. Questo mese si è chiusa la consultazione pubblica in Francia e Spagna, passaggio obbligato per qualsiasi grande infrastruttura che tocchi territori e comunità locali. E lo scorso 6 luglio, a Parigi, una riunione ministeriale del Gruppo ad Alto Livello sull’Europa sud-occidentale ha rimesso sul tavolo le interconnessioni elettriche trans-pirenaiche e la cooperazione regionale sull’eolico offshore, ma ha anche discusso lo sviluppo del corridoio dell’idrogeno. Il fatto che l’idrogeno compaia nell’agenda di un vertice dedicato principalmente alle reti elettriche è un indicatore: la partita infrastrutturale europea è sempre più integrata, e H2med ne è ormai un tassello riconosciuto.
Il mercato dell’idrogeno ha fretta
L’ingresso nel FEED arriva in un momento in cui la competizione tra i grandi corridoi dell’idrogeno si sta facendo più concreta. Il Corridoio Meridionale dell’Idrogeno, che punta a collegare il Nord Africa all’Europa attraverso l’Italia, ha una scala ancora maggiore: oltre 3.500 chilometri, contro un tracciato molto più contenuto per H2med. Cinque paesi coinvolti, un bacino di produzione solare tra i più promettenti al mondo, e un’ambizione dichiarata di diventare l’arteria principale dell’idrogeno verde verso il continente. H2med gioca una partita diversa: non punta sulla taglia, ma sulla prossimità alla domanda industriale del Mediterraneo occidentale e su un tracciato che in gran parte insiste su corridoi energetici già esistenti o pianificati.
Resta un numero da monitorare, ed è la decisione finale di investimento (FID). Il FEED è la fase in cui si producono i dettagli ingegneristici necessari a stimare i costi con un margine di errore accettabile: senza quei numeri, nessun consiglio di amministrazione stanzia miliardi. La tabella di marcia prevede che la FID arrivi nei prossimi due-tre anni, se gli studi confermeranno la fattibilità tecnica ed economica. Fino a quel momento, il 10% di idrogeno europeo che H2med promette di trasportare resta una proiezione solida sulla carta, ma ancora non blindata.
Il punto è che l’Europa ha fissato obiettivi di consumo di idrogeno rinnovabile molto ambiziosi — 20 milioni di tonnellate annue entro il 2030 nel pacchetto REPowerEU, anche se le proiezioni più recenti suggeriscono che la domanda effettiva al 2032 sarà un dato da verificare. In questo scarto tra target politici e dinamiche reali di mercato, infrastrutture come H2med rischiano di arrivare in un contesto di domanda incerta. Ma rischiano anche il contrario: che la domanda si materializzi e manchi la capacità di trasporto. È la tensione classica delle grandi opere energetiche: costruire prima che serva, ma non così presto da restare inutilizzate.
Il 2032 è lontano sei anni, che in termini di infrastrutture energetiche sono pochi — un progetto come BarMar, se tutto fila liscio, ha davanti a sé la progettazione esecutiva, l’approvvigionamento dei materiali, la posa sottomarina, i collaudi. Il prossimo numero da tenere d’occhio è la decisione finale di investimento. Senza quella, il 10% resta solo una promessa.




