La sentenza 127/2026 limita il divieto del decreto Agricoltura ai soli pannelli a terra, aprendo ad alternative.

La transizione energetica in Basilicata parte dai luoghi che nessuno vuole: ex cave, miniere abbandonate, discariche chiuse. Non è una scelta romantica, ma la risposta a un vincolo normativo e a una sentenza che ha riaperto i giochi. Lo scorso 30 luglio la Giunta regionale ha dato il via libera formale alle integrazioni alla proposta del Piano regionale per l’individuazione delle Zone di accelerazione terrestri per il fotovoltaico e i sistemi di stoccaggio, secondo l’annuncio ufficiale della Regione Basilicata. Con questo atto, l’alveo delle aree idonee viene esteso anche a ex cave, miniere abbandonate e discariche chiuse.

Fotovoltaico dove il territorio è già ferito

La mossa della Basilicata non nasce da un dibattito astratto. «Con questo atto — dichiara l’assessore Laura Mongiello — introduciamo un principio di assoluto buonsenso ambientale e strategico: l’energia pulita del futuro deve nascere laddove il territorio è già stato compromesso in passato». Tradotto: meglio saturare i luoghi già segnati dall’attività umana che consumare nuovi terreni. Il provvedimento rimodula i documenti chiave del Piano e dispone che il Rapporto ambientale venga adeguato alle nuove direttive. La Direzione generale dell’Ambiente, Energia e Tutela del Territorio ha già ricevuto il mandato per integrare le nuove disposizioni nella procedura di Vas in corso. A livello formale si tratta della delibera n. 473, adottata il 28 luglio e pubblicata nel Bollettino ufficiale del 1° agosto, come risulta dalla deliberazione della Giunta regionale 28 luglio 2026, n. 473.

Ma perché scegliere proprio queste aree? La risposta arriva dalla Corte Costituzionale.

La Consulta traccia il perimetro: il vincolo non è assoluto

La scelta lucana non è isolata: si aggancia a una sentenza che distingue tra moduli a terra e altre soluzioni. Con la sentenza n. 127/2026, depositata lo scorso 16 luglio, la Corte Costituzionale ha affermato che l’articolo 5 del Dl 63/2024 — il cosiddetto Decreto Agricoltura, per come convertito — non vieta l’installazione di tutti gli impianti fotovoltaici nelle aree agricole, ma soltanto quella degli impianti con moduli collocati a terra. Il punto è più rilevante di quanto sembri: il divieto che molti leggevano come uno stop generalizzato copre in realtà solo una tipologia specifica. Per un’amministrazione che vuole accelerare senza consumare nuovo suolo agricolo, la sentenza offre una base giuridica per ragionare sulle aree già compromesse, esattamente la direzione scelta dalla Basilicata.

La base di partenza, del resto, non nasce dal nulla. Già nell’ottobre 2025, come ricostruiva pv magazine, la Giunta aveva definito 30 zone di accelerazione terrestri per 3.656 ettari complessivi, partendo dalla mappa predisposta dal Gestore dei servizi energetici (GSE). L’integrazione di fine luglio rimodula quei documenti e dispone che il Rapporto ambientale venga adeguato: il quadro giuridico chiarisce un punto, ma non risolve il nodo delle aree agricole né garantisce l’approvazione del Piano.

La corsa a ostacoli verso il 21 febbraio

Se la Basilicata ha trovato una via, il quadro nazionale resta frammentato. Secondo la ricostruzione di QualEnergia, il Testo unico rinnovabili fissa al 21 febbraio il termine per definire queste aree, ma la maggior parte delle amministrazioni risultava lontana dall’obiettivo. Anche la Lombardia si è messa in moto per definire le proprie zone di accelerazione. La Sardegna, per esempio, ha concentrato la propria proposta su aree industriali, siti industriali attrezzati quali zone D, PIP e ZIR, superfici artificiali ed edificate, parcheggi e relative coperture. In Basilicata, però, il passaggio decisivo resta la Vas e il confronto sul Piano paesaggistico regionale, in via di approvazione, che riguarda anche la mappatura delle aree di accelerazione per le energie rinnovabili.

Per cittadini e imprese lucane il conto resta aperto, perché le zone di accelerazione sono una promessa e non un permesso. Il via libera definitivo dipende dalla Vas, che la Regione ha già incaricato di recepire le nuove disposizioni, e dal Piano paesaggistico regionale, che al momento della ricostruzione risultava in via di approvazione. Riuscirà la Basilicata a essere tra le poche a rispettare la scadenza del 21 febbraio, o resterà un annuncio estivo?