Il solare cresce come sistema modulare, mentre l’eolico resta bloccato da iter lunghi e rete insufficiente.
Lo scorso anno ha lasciato in eredità un dato schizofrenico che fotografa meglio di ogni altra analisi lo stato della transizione energetica italiana: da un lato il fotovoltaico che nel 2025 ha messo a segno un balzo del 25,1% di produzione rispetto all’anno precedente, dall’altro l’eolico che ha segnato un passo indietro del 3,3%. Due curve divergenti che, se proiettate verso gli obiettivi climatici, aprono una crepa profonda nella corsa alle rinnovabili. Non siamo di fronte a un semplice problema di vento o di irraggiamento, ma a un intreccio di regole, reti e resistenze che imbrigliano la tecnologia proprio dove servirebbe più spinta.
Le due velocità delle rinnovabili
I numeri, racchiusi nei report Terna, sono impietosi nel restituire la forbice. La produzione fotovoltaica in Italia è aumentata del 25,1%, arrivando a soddisfare il 14,2% della domanda elettrica nazionale – quasi un quinto, se si somma l’apporto dell’eolico che però, con il suo contributo del 6,9%, ha corso meno di quanto la rete avrebbe voluto. La contrazione del 3,3% nella produzione da pale, passata a coprire poco più di un ventesimo dei consumi totali, stona con un parco installato che pure continua a crescere in modo consistente. A fine 2025 la potenza eolica installata e in esercizio ha raggiunto i 13.629 MW, e a giugno 2026, stando all’ultima fotografia di Staffetta Quotidiana, avevamo in campo quasi 14 GW di parchi eolici. Eppure il carico non segue la potenza. La ragione è che mentre i pannelli solari si moltiplicano su tetti e terreni con iter compatti, l’eolico sconta una stazza fisica e burocratica che ne rallenta fatalmente l’entrata in esercizio e la gestione operativa.
Il gap e i freni nascosti
Dietro il calo della produzione eolica non c’è solo poco vento, ma un sistema di regole e infrastrutture che lo imbriglia. Se guardiamo ai target, la distanza è già incolmabile senza uno scatto traumatico. A fine 2025 avremmo dovuto disporre di 15.823 MW di eolico secondo il Pniec; ne avevamo circa 2.200 in meno. Correndo di questo passo, non solo mancheremo l’obiettivo intermedio, ma rischiamo di vanificare il target 2030 che assegna all’eolico una fetta da 28,1 GW sui 131 GW complessivi di potenza rinnovabile previsti – dove, secondo il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, l’Italia dovrà raggiungere una potenza da fonte rinnovabile di 131 Gigawatt, con quasi ottanta derivanti dal solare, 19,4 dall’idrico e solo 28,1 dall’eolico. Il cortocircuito è evidente quando si incrociano le curve di crescita attuali con i vincoli del sistema: mantenendo il trend di installazioni dello scorso anno, l’Italia arriverebbe a 101,9 GW di capacità rinnovabile installata al 2030, restando 29 GW al di sotto del target.
A designare le colpe latenti è uno studio di TEHA che scompone il deficit in quattro freni strutturali. Il primo è il labirinto autorizzativo: gli iter superano di fatto i limiti fisiologici fissati dalla RED III, che teoricamente li vorrebbe negoziati entro 12 mesi per il fotovoltaico e 32 per l’eolico. Il secondo è la rete: le infrastrutture di trasmissione sono insufficienti, e senza investimenti massicci le ore di congestione al 2030 sono destinate a crescere del 77%, strozzando la capacità di portare a valle l’energia prodotta. Il terzo è un mercato dei PPA (Power Purchase Agreement) ancora immaturo, fermo a 1.300 MW nel 2024: troppo poco per offrire agli sviluppatori gli strumenti finanziari di hedging necessari a rendere bancabili i progetti. L’ultimo chiodo sono le resistenze sociali e territoriali, quel cortocircuito NIMBY e NIMTO che blocca pale e pannelli ancor prima che arrivino ai tecnici.
Cosa cambia per chi installa
Per chi mette mano al progetto, il problema si traduce in tempi biblici e mercati ancora acerbi. Escludendo le repowering di impianti esistenti, il tempo medio stimato per portare un parco eolico da zero a pieno regime supera sistematicamente i fatidici 32 mesi comunitari, diluito com’è tra Conferenze dei servizi, valutazioni di impatto ambientale e ricorsi amministrativi che allungano il cronoprogramma di anni. Anche quando l’autorizzazione arriva, ci si scontra con la capacità di allaccio: il gestore di rete non ha dorsali sufficienti per evacuare l’energia prodotta, costringendo a costose opere di potenziamento o a curtailment che tagliano la produzione. A questo si aggiunge un mercato di compravendita di energia a lungo termine ancora in fase embrionale, che per un settore altamente capital intensive come l’eolico si traduce in un costo del denaro più alto e in minori certezze di ritorno sull’investimento. Così, la promessa tecnologica di rendimenti toccanti al 30% o più di load factor si scontra con un cronoprogramma che erode la marginalità del progetto.
Il nodo è tutto qui: sappiamo produrre turbine sempre più alte e performanti, ma non siamo ancora in grado di tessere attorno a loro l’ecosistema burocratico, fisico e finanziario che le faccia girare. Il fotovoltaico corre perché è un oggetto distribuito, modulare, capace di infiltrarsi nei capannoni industriali senza scatenare comitati di protesta o saturare le linee ad alta tensione. L’eolico arranca perché è un gigante che per muoversi ha bisogno di spazi immensi, regole certe e cavi robusti – tutte condizioni che una transizione a metà del guado non ha ancora saputo costruire. Fino a quando resteremo ingolfati da iter che sforano i limiti normativi, i numeri del 2030 rischiano di restare un miraggio, e la corsa rischia di zoppicare su un asse solo.




