Dietro la retorica dell’autonomia, i fondi esteri stanno concentrando il controllo degli impianti
Mentre Bruxelles celebra il crollo delle importazioni di gas russo — scese dal 45% del 2021 al 13% nel 2025 — nelle campagne lombarde si consuma un copione diverso. L’ultimo tassello è di ieri: Andion CH4 Renewables ha acquisito l’impianto Agromet di Barbianello, in provincia di Pavia, dal gruppo Greenthesis. Un impianto da circa 42 GWh di capacità installata, che completerà la conversione da biogas a biometano a luglio 2026 utilizzando un processo di digestione anaerobica su residui agricoli, in regime di incentivo ai sensi del Decreto Biometano 2022. Il venditore è italiano; il compratore ha sede in Lussemburgo e alle spalle una costellazione di capitali che va da Goldman Sachs al fondo infrastrutturale Equitix.
Il paradosso dell’indipendenza
L’Europa rivendica di aver tagliato il cordone con Mosca. I numeri sono reali: dal 45% del 2021 le importazioni di gas russo sono precipitate al 13% nel 2025. Ma la domanda che quasi nessuno formula abbastanza forte è: chi controllerà l’energia che sostituisce quel gas? Il biometano — metano rinnovabile prodotto dalla digestione anaerobica di residui agricoli — doveva essere una leva di autonomia territoriale, un tassello del piano REPowerEU pensato per distribuire la produzione e ancorarla alle filiere locali. Invece sta diventando un asset in cui fondi internazionali costruiscono posizioni via via più concentrate.
Non è un caso isolato, l’impianto di Barbianello. Lo scorso maggio la stessa Andion CH4 Renewables aveva già firmato un accordo vincolante per rilevare l’impianto Q Energia, in provincia di Alessandria, dalla Società Agricola F.lli Rossi: 22 GWh di capacità, anche questo destinato alla conversione a biometano senza modifiche alla taglia. Due acquisizioni in meno di due mesi, stesso copione: impianti agricoli che transitano da proprietà locali a veicoli finanziari con sede all’estero. Dietro la retorica dell’autonomia energetica si muove un intero ecosistema di fondi.
I conti in tasca al biometano
Quando si parla di transizione energetica, i target contano meno dei flussi di denaro che li sostengono. E qui i numeri raccontano una storia inequivocabile.
A febbraio 2026, Goldman Sachs Alternatives ha concesso ad Andion CH4 Renewables una linea di credito privata di 67 milioni di euro per sviluppare nuovi progetti a breve termine in Italia e nei Paesi del Nord Europa. Contestualmente, gli azionisti esistenti della società — guidati da Equitix — hanno effettuato un aumento di capitale. Pochi mesi prima, Andion aveva chiuso un finanziamento da 24 milioni di euro per costruire l’impianto di Mirandola, in Emilia-Romagna, che da solo avrà una capacità annua di circa 44 GWh e produrrà biometano liquefatto da oltre 70.000 tonnellate all’anno di matrici a base di letame, attraverso contratti di fornitura a lungo termine con agricoltori locali.
Mettendo insieme i pezzi: il solo portafoglio italiano di Andion — sommando Agromet (42 GWh), Q Energia (22 GWh) e Mirandola (44 GWh) — supera i 100 GWh di capacità, con tre impianti in tre regioni diverse. E non è la sola a muoversi con questa aggressività. Già a marzo 2025, Bio Hold — joint venture nata nel 2023 tra Pietro Fiorentini e il fondo Vesper Infrastructure — ha ottenuto da Unicredit e Crédit Agricole Italia un prestito di circa 100 milioni di euro per costruire sei nuovi impianti di biometano. Il portafoglio attuale conta più di 12 progetti in pipeline, con l’obiettivo di svilupparne o acquisirne altri 20, sostenuti da una linea di credito incrementale da 60 milioni di euro assistita da MFZ & Partners.
La traiettoria è trasparente. In poco più di un anno, il biometano italiano — regolato dal Decreto n. 240 del 15 settembre 2022 che definisce il sistema di incentivi alla produzione — è diventato terreno di conquista per capitali che nulla hanno a che fare con la filiera agricola da cui questa energia dovrebbe nascere. Il Decreto c’è, gli incentivi pure. Ma la regia finanziaria è altrove. Con questi numeri, la produzione di biometano sta diventando un affare per pochi. Quali saranno le conseguenze per il sistema energetico e per i produttori agricoli?
Cosa resta della transizione
La domanda non è se il biometano sia utile — lo è, e la digestione anaerobica applicata a residui agricoli è una tecnologia collaudata. La domanda è per chi lo sarà, e con quali ricadute sul sistema Paese. L’impianto di Mirandola, per esempio, lavorerà con contratti di fornitura a lungo termine con agricoltori locali. Gli agricoltori, cioè, restano fornitori di materia prima per un processo industriale il cui valore aggiunto viene catturato altrove. Non sono soci, non sono comproprietari dell’energia che contribuiscono a produrre. Forniscono input a un impianto che immette biometano nella rete e genera margini per un fondo con sede in Lussemburgo.
La retorica dell’indipendenza energetica raccontava un’altra cosa: filiere corte, produzione diffusa, comunità energetiche. Il Decreto Biometano 2022 è stato scritto per spingere la riconversione degli impianti a biogas esistenti e incentivare nuova capacità, con l’obiettivo dichiarato di sostituire parte del gas fossile con metano rinnovabile prodotto in Italia. Ma se la proprietà degli impianti si concentra in poche mani — fondi infrastrutturali, banche d’affari, veicoli lussemburghesi — il controllo dell’energia rinnovabile replica lo schema di dipendenza remota che il biometano avrebbe dovuto scardinare.
Certo, gli incentivi del Decreto 2022 sono ancorati a criteri di sostenibilità e tracciabilità, e gli impianti producono comunque energia sul suolo italiano. La conversione di Agromet sarà completata a luglio, quella di Q Energia seguirà. Ma tra “prodotto in Italia” e “controllato dall’Italia” corre una differenza che nessun target europeo misura. Il gas russo è sceso al 13%. Chi preme i pulsanti della nuova energia italiana, ormai, sta da tutt’altra parte.
Resta una domanda: il biometano sarà davvero una risorsa per il Paese o l’ennesima colonizzazione energetica?




