La Commissione aveva inizialmente escluso l’estensione della clausola alle bollette, ma dopo il vertice di Palazzo Chigi ha cambiato posizione
La Commissione europea aveva risposto picche. Le condizioni per attivare la flessibilità di bilancio concessa dall’Unione europea, dissero da Bruxelles, non erano soddisfatte. Due mesi dopo, lo scorso 21 luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni convocò un vertice a Palazzo Chigi e il governo decise di andare avanti lo stesso: avrebbe chiesto comunque di estendere la clausola di salvaguardia nazionale anche alle spese per l’energia. Oggi sappiamo cosa c’era sul piatto di quella scommessa: 14,4 miliardi di euro.
La mossa non era affatto scontata. La clausola di salvaguardia — lo strumento che sospende i vincoli del Patto di stabilità per spese giudicate strategiche — era stata pensata per la difesa, non per calmierare le bollette. La Commissione, nell’ambito del Semestre europeo 2026, aveva proposto di estendere l’uso della clausola a misure selezionate per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, ma restava da stabilire se e quanto ciascun paese potesse effettivamente attingervi. L’Italia non ha aspettato che il quadro si chiarisse del tutto: ha forzato la mano, trasformando un no in un negoziato.
Il risultato è un programma che, ha fatto sapere il governo, travalica la fine della legislatura nel 2027. Una scelta che dice molto sulla convinzione con cui l’esecutivo intende giocare questa partita, e che solleva una domanda immediata: quali sono esattamente i conti dietro questa doppia richiesta — energia e difesa — e quanto margine c’è davvero?
I numeri della flessibilità
I conti, appunto. Nei giorni scorsi, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha messo le carte in tavola. Per l’energia, l’Italia chiederà il massimo possibile: lo 0,6 per cento del Pil, che in cifra tonda equivale a circa 14,4 miliardi di euro. Per la difesa, il governo si fermerà allo 0,9 per cento del Pil — meno di 22 miliardi — in senso cumulato fino al 2028, come ha precisato lo stesso Giorgetti. Non sono cifre una tantum, ma un’autorizzazione a spendere spalmata su tre anni, che impegna risorse ben oltre l’orizzonte di questa legislatura.
È una richiesta che sfrutta tutto lo spazio offerto dalla misura europea per il capitolo energia, mentre lascia qualcosa sul tavolo per la difesa (il massimo teorico per quella voce sarebbe stato più alto). La scelta di saturare il plafond energetico rivela la priorità politica del momento: famiglie e imprese ancora esposte alla volatilità dei prezzi, con il governo che cerca di costruirsi un cuscinetto di spesa in deroga ai vincoli ordinari di bilancio. Il messaggio è chiaro: ogni punto percentuale di Pil chiesto a Bruxelles è un pezzo di manovra che non dovrà essere coperto con tagli o nuove tasse.
E in effetti la Commissione europea, dopo il niet iniziale, ha finito per accogliere la richiesta italiana. Lo ha rivendicato il governo stesso, spiegando che l’Italia potrà spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia. Un dietrofront di Bruxelles che trasforma quella che era partita come una forzatura in un’operazione legittimata, almeno sul piano formale. Ma la partita non è chiusa: resta da capire se basteranno questi soldi a proteggere davvero famiglie e imprese, o se si stia semplicemente spostando il problema più in là nel tempo.
Il prezzo della scommessa
L’incognita, appunto. Il programma copre tre anni, va oltre la legislatura e si muove sul crinale tra emergenza e strategia. Ma il punto non è solo quanto si spende: è come lo si spende. Chi controllerà che quei 14,4 miliardi non si perdano nella giungla degli incentivi a pioggia, nei sussidi mal calibrati, nei bonus che spuntano a ogni legge di bilancio per poi svanire senza lasciare traccia? La flessibilità europea concede il permesso, ma non garantisce l’efficacia. E su questo, per ora, da Palazzo Chigi è arrivato soltanto silenzio.




