La revoca del brevetto Hanwha segna la fine di una protezione legale mentre la produzione fotovoltaica si sposta in Asia

A volte la notizia più politica è una decisione tecnica.

A luglio 2026 l’Ufficio Europeo dei Brevetti ha revocato il brevetto EP2220689. Motivo? Mancanza di un’attività inventiva, si legge nella decisione sulla revoca del brevetto di passivazione Hanwha. Detto così, sembra l’ennesimo atto di una lite industriale. In realtà è la fotografia di un’Europa che ha smesso di proteggere la propria tecnologia prima ancora di averla ricostruita.

La trincea legale che non c’è più

Nel contenzioso erano finiti i grandi produttori fotovoltaici: LONGi, REC Solar, Trina Solar, Jinko Solar. Nel 2023 Hanwha e Trina avevano già chiuso un accordo di licenza e trasferimento di brevetto. Alla fine, a restare in campo come ultimo appellante è stata REC Solar. Hanwha aveva rivendicato i diritti sul brevetto negli Stati Uniti e in Australia. E la tecnologia coperta era stata commercializzata come la tecnologia Q.ANTUM di Qcells. Il punto non è chi avesse ragione. È che l’Europa ha combattuto una guerra di logoramento sui brevetti mentre la manifattura si spostava altrove.

La revoca non chiude la partita: la sposta sul piano commerciale, dove il costo lo pagano i produttori europei senza rete di protezione.

La fabbrica francese e il partner che arriva da oriente

HoloSolis ha messo insieme oltre 220 milioni di euro di finanziamento iniziale, di cui 200 milioni attraverso il C3IV. E ha scelto Trina Solar come partner tecnologico strategico. Il messaggio è duplice: si finanzia una fabbrica europea, ma la tecnologia che la farà funzionare è cinese. Intanto, Carbon ha abbandonato la fabbrica integrata da 5 GW a Fos-sur-Mer a maggio 2026. E EDF Renewables aveva già spento a gennaio 2025 le operazioni di Photowatt a Bourgoin-Jallieu. Sono i precedenti di chi prova a produrre celle e moduli in Europa.

Le aste italiane e la rendita del sole

Intanto l’Italia continua a finanziare il solare con regole che, secondo lo studio accademico sulle rinnovabili, non basteranno a centrare gli obiettivi al 2030. Nei contratti per differenza, i prezzi massimi per l’eolico onshore restano così bassi da limitare gli investimenti e ritardare la diversificazione oltre il solare. Per ottenere ritmi di installazione elevati servirebbe un disegno d’asta attraente rispetto ai costi e un contesto normativo che non penalizzi le zone. Invece, le gare non neutrali tecnologicamente spostano la capacità verso tecnologie meno integrate e siti a rendimento inferiore. Inseguire il sole, insomma, sta diventando una monocultura: comoda per chi partecipa alle aste, fragile per chi deve tenere acceso il sistema.

La domanda ora è semplice: se l’Europa perde i brevetti, se la Francia finanzia fabbriche che dipendono dalla tecnologia cinese, se l’Italia premia solo il solare, chi regge la rete quando il sole non c’è?