La quota nucleare è scesa dal 1990 a oggi, mentre l’UE importa oltre il 90% del petrolio
Il pieno che torna a pesare
Il problema parte da un dato di fondo: l’Unione europea importa più del 90% del petrolio e circa l’80% del gas che consuma. Quando un conflitto come quello in Iran tocca le rotte o i prezzi internazionali, il costo si trasferisce subito su benzina, gas ed elettricità. Secondo un documento della Commissione europea visto da Reuters, il prezzo del carbonio dell’UE rappresenta circa l’11% dei costi energetici delle industrie: anche questo contribuisce al conto finale. Il ministro dell’Industria giapponese Ryosei Akazawa ha detto che il Giappone sostiene la proposta dell’Agenzia internazionale dell’energia di un rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio. Ma cosa possono fare davvero i governi, oltre a riunirsi?
L’estintore delle riserve: sei volte in cinquant’anni
La risposta immediata è attingere alle riserve strategiche, uno strumento collaudato fin dal 1974. Il rilascio coordinato delle scorte è il sesto nella storia dell’Agenzia internazionale dell’energia, creata appunto nel 1974; le azioni collettive precedenti risalgono al 1991, al 2005, al 2011 e due volte al 2022. È un po’ come un estintore: contiene l’incendio, ma non elimina l’impianto elettrico difettoso. Le riserve possono raffreddare i prezzi per qualche settimana,
non ricostruire la capacità produttiva.
E non sono gratis: anche gli alti prezzi hanno contribuito in modo considerevole a ridurre la domanda di gas, soprattutto nei settori industriali ad alta intensità di gas. Secondo un’analisi di Bruegel, la chiusura dello Stretto di Hormuz nel marzo 2026 e i danni agli impianti energetici hanno mostrato quanto rapidamente i mercati possano irrigidirsi e i prezzi salire. Ma le riserve finiscono, e il problema strutturale resta. Cosa succede dopo l’emergenza?
Un terzo dell’elettricità: il nucleare che non c’è più
E il problema ha radici lunghe. Nel 1990 un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare; oggi quella quota è scesa a circa il 15%. Non è stato un incidente, ma una scelta. Ursula von der Leyen ha definito questa riduzione un errore strategico: «Questa riduzione della quota del nucleare è stata una scelta, credo che sia stato un errore strategico per l’Europa voltare le spalle a una fonte affidabile e conveniente di energia a basse emissioni».
Il risultato è che l’Europa si è trovata più dipendente dalle importazioni e più esposta alle oscillazioni dei mercati. Meno nucleare significa meno produzione interna stabile: quando il petrolio e il gas costano di più, industrie e famiglie pagano il conto. La domanda per i prossimi mesi non è se i prezzi scenderanno domani, ma come l’Europa intende ridurre la propria esposizione.
Per i prossimi mesi conviene tenere d’occhio le decisioni sulle riserve strategiche e le politiche energetiche europee. Finché l’UE dipenderà per oltre il 90% dal petrolio importato, ogni crisi geopolitica si tradurrà in un pieno più caro. Il rilascio coordinato può dare respiro temporaneo, ma la vera risposta è ricostruire una capacità energetica propria, dal nucleare alle rinnovabili, senza farsi trovare di nuovo con le spalle al muro.




