La gara filippina slitta di un anno per verificare che porti e reti reggano l’impatto, mentre Parigi stanzia 260 milioni
Tre virgola tre gigawatt di eolico offshore a fondo fisso. Una data di entrata in esercizio fissata tra il 2028 e il 2030. E un’asta, la prima del suo genere nel Paese, appena sospesa perché nessuno aveva fatto i conti con la gru che serve per montare le turbine. È il paradosso filippino, un cortocircuito burocratico e logistico che racconta più di mille report la distanza tra la carta e il mare.
Il 4 luglio 2026 il Dipartimento dell’Energia (DOE) di Manila ha ufficializzato la sospensione del GEA-5, quello che era stato presentato come il trampolino di lancio per la prima asta eolica offshore delle Filippine. La notizia è circolata poco, in un’estate piena di scossoni geopolitici e dossier energetici. Eppure dice molto su una verità scomoda: l’eolico offshore non è un problema di vento o di pale, ma di banchine, fondali e permessi.
Il DOE filippino, pubblicando il 29 luglio la tabella di marcia per la ricalibrazione del GEA-5, ha ammesso che la gara andava rifatta da zero per integrare un concetto sfuggito alla regia iniziale: la realtà materiale delle cose.
La riscoperta del molo
L’esercizio di autocritica del governo filippino non è banale. La revisione, chiamata a concludersi entro il prossimo 2 settembre, coinvolge un cartello di sigle tecniche e ambientali – dalla Philippine Ports Authority (PPA) al gestore di rete NGCP – con un obiettivo esplicito: verificare che le promesse fatte siano compatibili con l’allineamento con la prontezza delle infrastrutture. Tradotto: ci sono porti abbastanza larghi e robusti per far passare le navi posacavi e stoccare i conci? Le reti elettriche sono in grado di incassare quella potenza intermittente? Che succede se la catena globale di fornitura siinceppa?
Domande che in Europa si sono posti qualche anno prima. E che la Francia, in particolare, ha deciso di affrontare con un assegno da quasi 260 milioni di euro. Il governo transalpino ha appena selezionato cinque porti lungo le coste atlantiche, della Manica e del Mediterraneo, scelti per ospitare banchine, aree di assemblaggio e fabbriche. Un investimento previsto dal programma France 2030 e ora autorizzato dalla Commissione Europea insieme a il regime da 63 miliardi di euro per i CfD, il meccanismo di garanzia dei prezzi che serve a far decollare gli impianti. Parigi ha capito la lezione: prima si adatta la logistica, poi si apre il bando.
L’illusione dei gigawatt facili
Basta scorrere i Numeri del bando filippino per capire lo scarto. I 3,3 GW promessi da GEA-5 non sono una potenza qualsiasi: richiedono una mobilitazione logistica che, solo in Europa, ha assorbito oltre 1 miliardo di euro di investimenti tra adattamenti e nuove opere. Il finanziamento francese affidato all’agenzia ADEME punta esplicitamente a l’adattamento delle infrastrutture portuali per l’eolico galleggiante, la frontiera prossima del settore. I cinque scali individuati, trasformati in una rete di hub industriali complementari, possono diventare la chiave per generare quasi 1 miliardo di euro di investimenti complessivi. Non una spesa, ma un moltiplicatore economico.
Dall’altra parte, a guardare le Filippine, sembra di assistere a un film già visto in Asia. “Prima licenziamo i progetti, poi si vedrà”. Ma l’eolico offshore non è un parco fotovoltaico. Il primo transition piece di un progetto europeo come EA2, capovolto nei tempi previsti, è figlio di una catena di montaggio che non si improvvisa in un cantiere navale obsoleto. E se manca il porto, i 3,3 GW di eolico offshore a fondo fisso restano un punto su una mappa. Il DOE filippino ha fissato la la pubblicazione degli offerenti qualificati non prima dell’ultimo trimestre del 2026. Prima, ci sarà la lunga processione di validazioni incrociate di porti, ambiente e connessioni di rete, un percorso di validazione della prontezza di porti e rete.
Il punto è proprio questo: il collo di bottiglia non è mai stato il vento. È sempre stato il bordo banchina. La Francia, con un’operazione da quasi un miliardo di indotto, sta comprando il diritto di sfruttarlo. Le Filippine, rimandando l’asta di un anno, prendono coscienza di non averlo. Quello che succederà tra settembre e dicembre, quando il DOE proverà a tenere in equilibrio le offerte al ribasso e la concretezza delle infrastrutture mancanti, dirà se il gap è recuperabile. O se i 3,3 GW sono destinati a rimanere un numero in un comunicato.




