La manovra vale fino a 14,4 miliardi nel biennio 2027-2028, ma solo 700 milioni sono destinati all’energia
Immaginate un piccolo imprenditore italiano, bolletta elettrica alla mano, che confronta i suoi costi con quelli di un concorrente tedesco: stesso prodotto, stessi macchinari, ma il prezzo dell’energia non torna. Il dubbio è legittimo, e una risposta almeno parziale arriva dai numeri raccolti da un’analisi pubblicata su Staffetta Quotidiana lo scorso 9 settembre. La manovra in discussione valuta risorse per un valore complessivo fino a circa 14,4 miliardi nel biennio 2027-2028, pari a circa lo 0,3 per cento del PIL per ciascun anno. Risorse che, sempre secondo la stessa relazione, sarebbero destinate a misure in favore di famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e al settore delle infrastrutture.
Ma conoscere la cifra complessiva non basta. Serve capire se questi soldi cambieranno davvero il costo dell’energia per chi produce e per chi consuma. Ed è qui che il quadro si complica, perché dentro quei 14,4 miliardi la parte destinata al settore energetico è una frazione minima.
Da dove arrivano i 14,4 miliardi
Di questi 14,4 miliardi, circa 12 miliardi arrivano dalla maggiore flessibilità concessa dalle due National Escape Clause e dalla trattativa con l’Unione Europea. Dal settore energetico, invece, arriverebbero circa 700 milioni. La quota energetica pesa meno di un ventesimo del totale: non una voce centrale, ma una riga dentro una manovra che altrove si muove su scale ben diverse.
C’è poi un dato che interessa direttamente famiglie e imprese: secondo ambienti vicini a Confindustria la cartolarizzazione libererebbe risorse per circa 30 miliardi di euro, ossia 5 miliardi l’anno nel periodo 2026-2031. Se queste stime fossero confermate, si tratterebbe di una leva ben più ampia dei 700 milioni che la manovra assegna al settore energetico. Ma per ora è una stima attribuita a Confindustria, non un impegno già scritto nei documenti ufficiali. E tra una stima e una legge, per chi paga le bollette, la differenza si sente tutta.
Qui conviene fermarsi un attimo e fare un conto semplice. Se davvero l’Italia riuscisse a mobilitare 5 miliardi l’anno tra il 2026 e il 2031, la domanda non sarebbe più “quanto” ma “per chi”. E il confronto con Berlino aiuta a rispondere.
Il confronto che fa male con Berlino
In Germania il sostegno all’industria non passa da promesse future, ma da interventi già in atto. Berlino sostiene l’industria attraverso la riduzione degli oneri e delle tariffe di rete e, in base alle nuove regole europee sugli aiuti di Stato, sta aggiungendo un sussidio diretto sul prezzo industriale: il cosiddetto Industriestrompreis. Non è una cifra una tantum: è un meccanismo pensato per abbassare il prezzo finale dell’energia per chi produce.
Tradotto per il nostro imprenditore: il concorrente tedesco non paga solo meno per l’energia all’ingrosso, ma beneficia di un intervento pubblico che agisce esplicitamente sul prezzo industriale. In Italia, per ora, non esiste un equivalente diretto. I circa 700 milioni destinati al settore energetico nella manovra difficilmente possono colmare un divario del genere.
Il punto non è solo quantitativo, è anche qualitativo. La Germania interviene sul prezzo industriale con strumenti ripetuti nel tempo: prima gli sgravi sugli oneri e sulle tariffe di rete, poi il sussidio diretto. L’Italia, al momento, si muove soprattutto sul fronte della flessibilità europea e della cartolarizzazione. Non è necessariamente un errore: ma è un approccio diverso, e il rischio è che la competitività delle imprese italiane resti legata a meccanismi meno prevedibili. Per chi deve fare investimenti, la prevedibilità conta quanto l’entità del sostegno.
Cosa guardare nella prossima bolletta
Se il divario tedesco è netto, il quotidiano italiano non è senza mosse. Ma la prossima bolletta dirà se il passaggio dai miliardi annunciati a quelli effettivamente pagati è davvero iniziato. Il destino dei circa 700 milioni destinati al settore energetico andrà monitorato: saranno la cartina di tornasole per capire se la grande cifra da 14,4 miliardi si traduce in qualcosa di visibile per famiglie e imprese, oppure se resta una voce tecnica dentro la legge di Bilancio.
Perché alla fine, per chi paga, conta il numero in fondo alla pagina: quanto costa l’energia, non quanta se ne discute.




