Il piano Ue punta a raddoppiare l’uso dell’elettricità nei consumi finali entro il 2040, con un risparmio stimato di 260

Dieci anni fa il tasso di elettrificazione dei consumi energetici europei era intorno al 23%. Oggi, dopo un decennio di investimenti nella generazione rinnovabile e di politiche climatiche fra le più ambiziose al mondo, il 70% dell’elettricità dell’Unione è generata da fonti pulite prodotte in patria, ma la quota di consumi finali coperta dall’elettricità è rimasta inchiodata al 23%. In quella forbice, larga quasi cinquanta punti, c’è una cifra che la Commissione europea ha messo nero su bianco lo scorso 17 luglio: 260 miliardi di euro all’anno. È il risparmio sulla bolletta delle importazioni fossili che l’UE potrebbe ottenere se portasse il tasso di elettrificazione al 46% entro il 2040.

Il paradosso dei 260 miliardi

I numeri non sono nuovi per chi segue il settore. Già nell’aprile 2024 Eurelectric segnalava che il tasso di elettrificazione era rimasto fermo intorno al 22-23% nei cinque anni precedenti. La Commissione ha confermato a luglio 2026 che la stagnazione dura da un intero decennio. Non è una questione di capacità produttiva: l’elettricità pulita c’è, e arriva in misura crescente da impianti domestici che non dipendono da gas russo, petrolio mediorientale o carbone sudafricano. Il problema è che oltre tre quarti dell’energia che l’Europa consuma ogni giorno — nei trasporti, nel riscaldamento degli edifici, nei processi industriali a bassa temperatura — continuano a essere soddisfatti bruciando combustibili fossili.

Cosa significa, in pratica, quel 46% fissato come obiettivo indicativo al 2040? Significa che se l’Unione riuscisse a portare quasi metà dei suoi consumi energetici sotto forma di elettroni anziché di molecole fossili, ogni anno smetterebbe di pagare 260 miliardi di euro a fornitori esteri. È una cifra che supera l’intero bilancio settennale dell’UE. E si tradurrebbe in bollette più leggere per famiglie e imprese: secondo le stime della Commissione, il solo passaggio dalle caldaie a gas alle pompe di calore può ridurre la bolletta media del riscaldamento domestico fino al 60%.

Ma come si spiega che un continente capace di decarbonizzare la propria generazione elettrica più velocemente di qualsiasi altra grande economia non riesca a elettrificare i consumi? La risposta sta in un percorso a due velocità che si è consolidato negli ultimi vent’anni.

Vent’anni di ETS, dieci di freno

Dal suo lancio nel 2005, il sistema europeo di scambio di quote di emissione (ETS) ha generato entrate cumulative per oltre 270 miliardi di euro — 265,7 miliardi secondo il conteggio aggiornato a fine 2025 — reinvestiti in innovazione, decarbonizzazione industriale e ammodernamento del sistema energetico. Allo stesso tempo, i settori coperti dall’ETS hanno tagliato le emissioni del 50%. È un meccanismo che ha funzionato esattamente dove era stato progettato per funzionare: sulla produzione di elettricità e sull’industria pesante, spingendo fuori dal mix il carbone e premiando chi investiva in rinnovabili.

Dall’altro lato, però, una politica industriale specificamente dedicata all’elettrificazione dei consumi non esisteva. Il piano d’azione annunciato a luglio 2026 è il primo tentativo organico di colmare quel vuoto, ed è arrivato al termine di un percorso preparatorio durato un anno intero: la Commissione aveva aperto una call for evidence il 28 agosto 2025, seguita da una consultazione pubblica chiusa il 20 novembre. Il tempo necessario a mettere insieme i pezzi — regolamentazione, infrastrutture di rete, competenze, incentivi — dice molto sulla complessità del problema. Non basta avere elettroni puliti: servono colonnine, trasformatori, permessi più rapidi e una revisione profonda del caro-bolletta che tenga conto di quanto l’elettrificazione convenga rispetto al costo delle alternative fossili.

Nel pacchetto c’è anche un segnale che ha fatto discutere: la proposta di ridurre il fattore di riduzione lineare (LRF) dell’ETS al 3,7%. In pratica, il tetto alle emissioni scenderebbe più lentamente. Una mossa che la We Mean Business Coalition ha letto come un possibile allentamento dell’ambizione climatica, mentre Bruxelles la presenta come un modo per dare respiro all’industria mentre si costruisce la domanda elettrica che sostituirà i fossili. La tensione è evidente: accelerare sull’elettrificazione senza rallentare sulla decarbonizzazione dell’offerta è un equilibrio delicato, e i prossimi trimestri diranno se i conti tornano.

La partita mondiale

Dietro la spinta al piano non c’è solo la bolletta. C’è una competizione tecnologica che si sta giocando su scala globale con mosse opposte. Mentre Bruxelles scommette sull’elettrificazione come leva industriale, la Cina ha allargato il proprio ETS nazionale ai settori del cemento, dell’acciaio e dell’alluminio: ora copre circa 3.700 impianti e 8 miliardi di tonnellate di emissioni, pari a circa il 15% del totale mondiale. È diventato il più grande mercato del carbonio per copertura, e ogni tonnellata che Pechino obbliga a pagare rafforza la convenienza economica delle tecnologie pulite cinesi — dai pannelli solari ai veicoli elettrici — che già dominano i mercati globali.

Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti hanno imboccato la direzione opposta. Lo scorso luglio il Congresso ha approvato l’One Big Beautiful Bill Act, una legge che taglia miliardi di dollari di spesa per l’energia pulita e avvia l’eliminazione graduale dei crediti d’imposta introdotti dall’Inflation Reduction Act. È un arretramento che rischia di allargare il divario di competitività con la Cina proprio mentre l’Europa prova a posizionarsi come terza via: non il protezionismo esplicito di Pechino né il dietrofront di Washington, ma una strategia costruita su un prezzo del carbonio già esistente e su una rete elettrica già in gran parte decarbonizzata.

Resta un numero da tenere d’occhio: quel 46% di elettrificazione al 2040. Non è una percentuale qualunque: è la soglia oltre la quale la leadership pulita dell’Unione smette di essere un primato ambientale e diventa un vantaggio economico permanente. I 260 miliardi di risparmio annuo non sono una previsione, ma la differenza fra continuare a dipendere dai mercati internazionali dei fossili o trasformare il vento del Mare del Nord e il sole spagnolo nella più grande voce attiva della bilancia commerciale europea. Il conto alla rovescia è già partito.