Il cambio al vertice arriva mentre l’associazione deve mediare tra decarbonizzazione, burocrazia e prezzi dell’energia

Settemilaottocento giorni. Sono quelli che mancano al 2030 per centrare gli obiettivi climatici italiani. E mentre il governo srotola decreti e scadenze, l’associazione che dovrebbe guidare la filiera elettrica ha appena cambiato presidente per la terza volta in meno di due anni. Non per un piano strategico. Ma perché il colosso spagnolo Endesa ha richiamato il suo uomo a Madrid. Sarà Salvatore Pinto, storico presidente di Axpo Italia, il prossimo presidente di Elettricità Futura, lo confermano fonti di settore. L’uscita anticipata del presidente in carica Gianni Armani, passato a guidare Endesa, ha innescato una reazione a catena che dice molto su chi muove davvero i fili dell’energia italiana.

Una poltrona per due giganti

Gianni Vittorio Armani era stato eletto presidente di Elettricità Futura appena a dicembre 2024, con un mandato che avrebbe dovuto portarlo fino al 2029, come si legge nell’annuncio ufficiale dell’associazione. È durato meno di due anni. Ad aprile 2026, Enel lo ha nominato Direttore del Gruppo per l’Iberia e amministratore delegato di Endesa. Una promozione che ha lasciato scoperta la poltrona romana, aprendo la strada a Pinto. I tempismi non sono casuali: José D. Bogas Gálvez, amministratore delegato di Endesa dal 2014, ha ormai 71 anni e ha superato il limite d’età previsto dalla policy aziendale per gli incarichi esecutivi di alto livello. Enel aveva bisogno di un sostituto, e Armani era il candidato naturale. Peccato che nel frattempo presiedesse l’associazione che dovrebbe rappresentare l’intera filiera elettrica italiana, non solo gli interessi di Enel.

Scacchiera iberica, pedine italiane

Dietro il cambio di poltrona ci sono mosse decise a chilometri di distanza. La sostituzione di Bogas Gálvez era nell’aria da mesi: guidava Endesa da oltre un decennio, ma l’età avanzata lo rendeva incompatibile con le regole interne del gruppo. Enel ha scelto Armani, manager di lungo corso, e lo ha spedito a Madrid. Resta da chiedersi quanto questa decisione tenga conto delle necessità italiane e quanto invece risponda a logiche che guardano alla penisola iberica. Nel frattempo, a Roma, il testimone passa a Pinto. Non esattamente un nome qualunque: ha guidato Energia Libera, l’associazione degli operatori indipendenti e privati, a partire dal 2020, e ora si prepara ad assumere la guida dell’associazione confindustriale che rappresenta il cuore pulsante della filiera elettrica italiana.

Il Consiglio generale ha già approvato la squadra di vicepresidenti indicata da Pinto, come riportato dalla stampa di settore. La composizione dei vicepresidenti darà indicazioni preziose sugli equilibri interni: quali aziende peseranno di più, quali tecnologie saranno favorite, quali interessi troveranno rappresentanza. In palio non c’è poco: chi siede ai vertici di Elettricità Futura influenza le decisioni su permitting, aste per le rinnovabili, meccanismi di capacity market. Decisioni che valgono miliardi.

Transizione senza timone?

Ma oltre le nomine, resta il problema di fondo. La presidenza di Elettricità Futura richiederà un difficile equilibrio tra obiettivi di decarbonizzazione, semplificazione burocratica per il permitting degli impianti rinnovabili e competitività dei prezzi dell’energia. Tre priorità che non sempre vanno d’accordo. Spingere sulla decarbonizzazione significa accelerare sulle rinnovabili, ma le rinnovabili hanno bisogno di autorizzazioni che in Italia richiedono ancora tempi biblici. Semplificare il permitting significa sbloccare progetti, ma ogni progetto sbloccato può incontrare l’opposizione di comitati locali, sovrintendenze, associazioni ambientaliste. E tenere i prezzi competitivi, in un sistema dove il gas fissa ancora il prezzo marginale dell’elettricità per migliaia di ore all’anno, è una scommessa che dipende più dai mercati internazionali che dalle decisioni romane.

Pinto arriva alla guida dell’associazione in un momento in cui i conflitti tra i grandi soci rischiano di paralizzare qualsiasi iniziativa. Dentro Elettricità Futura convivono produttori da fonti fossili, utility integrate, operatori puri delle rinnovabili, trader. Ognuno con interessi diversi, a volte opposti. Basta guardare al dibattito sul meccanismo ETS: per alcuni è uno strumento indispensabile, per altri un costo insostenibile. Sul capacity market: c’è chi lo vuole esteso e chi lo considera un sussidio alle fonti fossili. Sulle aste per le rinnovabili: c’è chi chiede contingenti più alti e chi teme la cannibalizzazione dei prezzi.

La regia della transizione, insomma, è in bilico. Se il nuovo presidente riuscirà a trovare una sintesi, l’associazione potrà tornare a essere un interlocutore credibile per il governo. Se invece prevarranno le spinte contrapposte, Elettricità Futura rischia di diventare l’ennesimo campo di battaglia dove gli interessi industriali si neutralizzano a vicenda, mentre i target climatici restano sulla carta. Riuscirà Pinto a conciliare le spinte contrastanti o la transizione resterà incagliata tra burocrazia e veti incrociati?

Mentre i manager fanno le valigie tra Roma e Madrid, i progetti eolici aspettano ancora una firma. Qualcuno dovrà pure spiegare ai territori che quegli impianti vanno costruiti da qualche parte. Resta da vedere se Pinto premerà l’acceleratore o si accontenterà di tenere in equilibrio gli interessi dei grandi soci. I 7.800 giorni continuano a scorrere.