Il progetto di decreto allarga i certificati di biogas a pirolisi e gassificazione, ma nessun impianto commerciale è ancora operativo
La scorsa settimana, Char Technologies ha applaudito pubblicamente l’avanzamento normativo francese che apre il sostegno dei certificati di biogas alla pirolisi. Un comunicato stampa, un like sui social, qualche citazione sui magazine di settore: il copione è rodato. Ma dietro l’applauso, la distanza tra il testo e il terreno è più interessante del testo stesso.
Un decreto, una standing ovation (e qualche domanda)
Il progetto di decreto, messo in consultazione pubblica a fine luglio, fa due cose insieme: aggiunge pirolisi e gassificazione ai percorsi ammissibili per i certificati di produzione di biogaz (CPB), finora riservati alla digestione anaerobica e alla cattura del gas di discarica, e prolunga l’obbligo di restituzione dei certificati dal 2029 al 2041. La retorica ufficiale parla di neutralità tecnologica: il dispositivo si allarga a nuove filiere, senza favorire una tecnologia sull’altra.
Per chi non mastica regolazione francese, il regime CPB funziona così: i fornitori di gas naturale devono consegnare certificati legati alla produzione di biometano. Se non ne hanno abbastanza, pagano. Dal giugno scorso, il progetto prevede anche il riporto dei certificati inutilizzati al periodo di conformità successivo, una flessibilità che rende il meccanismo meno punitivo per chi è in ritardo. Sulla carta, un’architettura che premia l’innovazione. Ma le architetture, si sa, vanno abitate. E qui di abitanti, per ora, non ce ne sono.
Gardanne e i suoi numeri: la prova del nove (o un castello di carte?)
Il caso di Gardanne è illuminante. A pochi chilometri da Marsiglia, il progetto Bio-Méthane Provence — guidato da GazoTech — promette di in 230 GWh di gas rinnovabile e 12.000 tonnellate di biocarbonio all’anno. Numeri che fanno impressione: equivalgono al consumo di circa 20.000 famiglie francesi. Ma la data di avvio commerciale è fissata alla seconda metà del 2029, e il condizionale è d’obbligo: tutto è subordinato all’ottenimento dei permessi e alla chiusura del finanziamento.
Tradotto: il primo grande impianto di pirogassificazione francese non sarà operativo prima di tre anni, se va bene. Tre anni in cui bisognerà convincere le banche, superare le valutazioni di impatto ambientale, negoziare contratti di fornitura della biomassa e accordi di acquisto del gas. Non è fantascienza, ma quasi. E non è un caso isolato: nel panorama francese, nessun impianto di taglia commerciale ha ancora superato la fase di progetto. Il decreto apre una porta che dà su una stanza ancora vuota.
Il paradosso è che il potenziale c’è, ed è enorme. Secondo le previsioni dei gestori di rete, la pirogassificazione potrebbe recuperare quasi 3 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno entro il 2030, corrispondenti all’immissione di 6 TWh di gas rinnovabile e a basso tenore di carbonio nelle reti. Sei terawattora. Per dare un ordine di grandezza, è circa un terzo dell’intera produzione di biometano francese nel 2024. Ma tra il potenziale e il reale c’è di mezzo il finanziamento, i permessi, e l’umore delle comunità locali.
Il secondo pilastro: solido o traballante?
Eppure, a sentire i gestori di rete, la pirogassificazione è già il futuro. GRTgaz — oggi gruppo NaTran, operatore della rete di trasporto del gas francese — la definisce «il secondo pilastro della produzione di gas rinnovabile e a basso tenore di carbonio». Una definizione che pesa, se a pronunciarla è chi gestisce i flussi fisici del gas. Ma un pilastro, per reggere, ha bisogno di fondamenta. E le fondamenta, oggi, sono un decreto in consultazione e qualche comunicato stampa.
La Francia può permettersi di aspettare il 2029 per vedere se Gardanne funziona? La domanda non è retorica. Il prolungamento dell’obbligo CPB fino al 2041 è un segnale di stabilità per gli investitori, ma la finestra per raggiungere gli obiettivi climatici intermedi è molto più stretta. Se la pirogassificazione deve diventare davvero il secondo pilastro, serviranno decine di Gardanne, non uno. E serviranno in fretta.
Per ora, il decreto è un via libera sulla carta. Ma per Char Technologies, GazoTech e gli altri, la vera corsa parte adesso. Con i permessi, i contratti e i miliardi necessari ancora da trovare. Riusciranno a trasformare una chance regolatoria in un’industria? O la pirogassificazione resterà il secondo pilastro dei bei discorsi?




