La crescita dei data center milanesi impone scelte rapide sulle fonti di alimentazione, mentre i tempi del nucleare restano incompatibili

La crescita dei data center in Italia può essere gestita con un portafoglio energetico incentrato sulle fonti rinnovabili e sugli accumuli, senza bisogno di accendere nuove turbine a gas né di scommettere su reattori che arriverebbero quando la partita è già chiusa. Il dato, emerso lo scorso 17 luglio, ribalta la narrazione che vuole l’intelligenza artificiale e il cloud computing come nuovi affamati di combustibili fossili. Non è una questione di quantità, ma di flessibilità — e la soluzione non sta in nuove centrali, ma nella chimica delle batterie e nel controllo della domanda.

Il balzo del fabbisogno: da 200 MW a 2 GW

I numeri, intanto, sono quelli che contano. Secondo A2A, nella provincia di Milano — l’epicentro italiano del settore — la capacità installata di data center dovrebbe passare dagli attuali 200 MW a circa 2 GW nei prossimi cinque anni. Un fattore dieci, in un arco temporale che nel mondo dell’energia è un battito di ciglia. Per dare un termine di paragone: 2 GW è la potenza di due grandi centrali a gas a ciclo combinato, o di una decina di parchi fotovoltaici utility-scale. Non è poca roba, e chi progetta queste infrastrutture ha bisogno di certezze sulla disponibilità di potenza, non di promesse.

Ed è proprio qui che il discorso sul nucleare — tornato in auge nel dibattito politico italiano — mostra la sua fragilità. I tempi di realizzazione di nuovi reattori, inclusi i cosiddetti Small Modular Reactor, andrebbero fuori tempo massimo rispetto allo sviluppo delle infrastrutture dei data center. Anche nelle ipotesi più ottimistiche, un primo SMR commerciale in Italia non sarebbe operativo prima della metà degli anni Trenta. I data center che ingoieranno quei 2 GW saranno già in funzione da anni, e avranno già fatto le loro scelte di approvvigionamento. Il disallineamento temporale è strutturale, non contingente. Ma se i tempi del nucleare sono fuori tempo massimo, come si può rispondere a questa fame di energia senza accendere nuove turbine a gas?

Perché rinnovabili e accumuli bastano (e avanzano)

La risposta sta nella natura stessa della domanda dei data center e nelle tecnologie già disponibili. Uno studio dell’Università di Padova con WWF Italia ha concluso che la domanda di energia per i data center può essere soddisfatta con energia rinnovabile, senza ricorrere né a nuove centrali fossili né al nucleare. Il punto non è se il sole splende 24 ore al giorno — ovviamente no — ma se la domanda può adattarsi all’offerta, e qui i data center hanno un vantaggio che un’acciaieria o un cementificio si sognano.

Pensate a un data center come a una flotta di server che esegue carichi di lavoro con diversi livelli di urgenza. L’addestramento di un modello linguistico di grandi dimensioni può essere programmato, spostato geograficamente, distribuito su più ore o addirittura su più giorni. Non è come un forno ad arco elettrico, che ha bisogno di picchi di potenza precisi in finestre temporali rigide. Questa flessibilità intrinseca fa sì che la domanda possa essere modulata per seguire la curva di generazione rinnovabile: si concentrano i carichi pesanti nelle ore di massima produzione solare ed eolica, si riduce l’attività non critica quando la generazione cala, e si lascia che le batterie coprano la differenza residua.

Il binomio rinnovabili-accumuli funziona proprio perché non si tratta di inseguire la domanda con l’offerta — il modello tradizionale delle centrali fossili — ma di fare il contrario: piegare la domanda alla disponibilità di energia pulita, usando gli accumuli come polmone chimico per smussare i transitori. È lo stesso principio per cui un bacino idroelettrico a pompaggio sposta l’acqua tra due quote diverse: solo che qui al posto della gravità c’è l’elettrochimica degli ioni di litio, con tempi di risposta nell’ordine dei millisecondi. La tecnologia è commerciale, non è un prototipo da laboratorio. E i costi delle batterie, scesi sotto i 100 dollari al kWh a livello di cella già nel 2024, rendono l’accoppiata rinnovabili-accumuli competitiva con il gas in sempre più mercati, anche senza sussidi. Resta da chiedersi: se la soluzione c’è, perché si continua a parlare di gas e nucleare?

Il campo minato della pianificazione energetica

Nonostante l’evidenza tecnica, il dibattito italiano resta imbrigliato in vecchi schemi. Da una parte c’è chi vede nei data center una scusa per resuscitare il nucleare, dimenticando che dieci o quindici anni di iter autorizzativi, progettazione e costruzione sono esattamente il lasso di tempo in cui quei data center avranno già scelto, costruito e messo a regime le proprie fonti di alimentazione. Dall’altra c’è chi sventola il gas come soluzione ponte, ignorando che puntare su nuova capacità a gas significa esporsi alla volatilità del prezzo del metano — che nel 2022 ha toccato picchi di 300 euro al megawattora — e a un rischio di stranded asset concreto, man mano che il sistema elettrico europeo si decarbonizza.

Per un operatore come Aruba o per un hyperscaler come Microsoft, la scelta energetica è una decisione di bilancio con un orizzonte di vent’anni. Costruire un parco solare con un sistema di accumulo dedicato significa fissare il costo dell’energia per due decenni, con una curva di spesa prevedibile e decrescente. Firmare un power purchase agreement con un produttore di gas significa restare incollati all’andamento del TTF di Amsterdam. La differenza non è ideologica: è finanziaria. E i gestori dei data center, che di mestiere ottimizzano ogni milliwatt di potenza di calcolo, lo sanno bene. Non possono aspettare reattori né nuovi gasdotti: vogliono energia pulita, modulabile e subito. La tecnologia per dargliela esiste già.