Il costo delle batterie utility-scale è sceso a 140 dollari per kilowattora, mentre il gas tocca i 100 dollari

Meno 30 per cento in dodici mesi. È la traiettoria con cui si è chiuso il costo installato di una batteria utility-scale da quattro ore, sceso nel 2025 a circa 140 dollari per kilowattora, secondo le stime pubblicate dall’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. Nello stesso anno, il costo livellato dell’elettricità da eolico onshore ha toccato i 33 dollari per megawattora, mentre il gas, in mercati come Italia e Germania, viaggiava verso i 100 dollari. Tre cifre che da sole raccontano uno spostamento del baricentro economico dell’energia più significativo di quanto i titoli degli ultimi mesi lascino intendere.

Il crollo silenzioso del costo delle batterie

Il dato delle batterie colpisce per la velocità. In un solo anno il costo installato è sceso di quasi il 30 per cento, un ritmo che pochi osservatori avevano messo in conto dopo anni in cui l’attenzione era concentrata sul fotovoltaico. E in effetti il solare, nel 2025, si è preso una pausa: il costo livellato globale è rimasto fermo a 44 dollari per megawattora, lo stesso valore del 2024. L’eolico onshore, invece, ha continuato a migliorare, calando a 33 dollari, mentre l’offshore è sceso a 78 dollari.

È un quadro che va letto con un minimo di prospettiva storica. Dal 2010 a oggi il costo del solare fotovoltaico è diminuito dell’89 per cento, quello dell’eolico onshore del 71 per cento, quello dell’offshore del 63 per cento. Dopo oltre un decennio di cali vertiginosi, il 2025 ha segnato un inizio di stabilizzazione per diverse tecnologie. Ma attenzione: stabilizzazione non significa pareggio con le fonti fossili. Anzi. Il dato più rilevante è che la forbice con il gas, anziché chiudersi, si è allargata.

Negli Stati Uniti, per esempio, una carenza di turbine ha quasi raddoppiato la spesa in conto capitale necessaria per costruire un nuovo impianto a ciclo combinato, portandola a circa 2.400 dollari per kilowatt. Questo ha spinto il costo livellato dell’elettricità da generazione a gas verso i 100 dollari per megawattora nei mercati con il gas più caro, su tutti Italia e Germania. Cento dollari contro trentatré: il vento costa meno di un terzo del gas. E il solare, anche nel suo anno di stallo, resta sotto la metà.

A livello geografico, la Cina ha fatto la parte del leone, registrando il costo eolico onshore più basso al mondo: 27 dollari per megawattora. Non è una novità assoluta, ma è la conferma di un divario industriale che l’Europa fatica a colmare, e che peserà nelle decisioni di politica energetica dei prossimi anni.

Quando il gas costa il triplo del vento

Il test decisivo, però, non è arrivato dai fogli Excel degli analisti. È arrivato all’inizio del 2026, quando la chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo alla prova la tenuta dei sistemi energetici. In quel frangente, la flotta rinnovabile esistente ha funzionato da ammortizzatore finanziario e geopolitico per consumatori, imprese ed economie. Non è retorica: è la lettura che IRENA stessa dà di quell’episodio, osservando come le rinnovabili abbiano offerto un cuscinetto vitale proprio quando i prezzi dei combustibili fossili minacciavano di esplodere.

Il meccanismo è semplice e non ha bisogno di complesse modellizzazioni: ogni megawattora prodotto da vento o sole è un megawattora che non deve essere generato bruciando gas acquistato su mercati in preda al panico. Nel 2025, prima ancora dello shock Hormuz, le rinnovabili hanno permesso di evitare circa 480 miliardi di dollari in costi di combustibili fossili e circa 8,4 gigatonnellate di emissioni di anidride carbonica. Sono cifre che danno la scala del fenomeno: non stiamo parlando di nicchie virtuose, ma dell’infrastruttura portante di un sistema che sta diventando strutturalmente più economico e meno vulnerabile.

Visto da questa angolazione, il 2025 assomiglia a uno di quegli anni in cui i numeri raccontano due storie diverse. La prima, più visibile, è quella di una transizione che rallenta la sua corsa: i costi si stabilizzano, gli investimenti si assestano, l’attenzione si sposta altrove. La seconda, più profonda, è quella di un divario competitivo che si allarga a favore delle rinnovabili proprio mentre le fonti fossili diventano più care e più rischiose. Tre a uno: è il rapporto tra il costo del gas e quello del vento nei mercati europei più esposti. Non è un pareggio. È un sorpasso che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma di cui si parla poco.

La frenata che nessuno si aspettava

Eppure, proprio mentre il mercato sembra spingere con forza verso le rinnovabili, arriva un segnale meno incoraggiante. L’Agenzia internazionale dell’energia ha rivisto al ribasso del 5 per cento le previsioni di crescita delle rinnovabili per il periodo 2025-2030, citando cambiamenti politici, normativi e di mercato intervenuti dopo l’ottobre 2024. Non è un azzeramento, non è un’inversione di rotta. Ma è un avvertimento: la traiettoria non è irreversibile, e le decisioni politiche possono rallentarla anche quando la convenienza economica suggerirebbe il contrario.

Il paradosso è tutto qui. Da un lato, i fondamentali economici non sono mai stati così favorevoli: batterie che costano il 30 per cento in meno in un anno, vento a 33 dollari, un’infrastruttura che ha appena dimostrato di saper reggere l’urto di una crisi geopolitica maggiore. Dall’altro, i segnali politici e regolatori introducono attriti che rischiano di frenare proprio la fase in cui l’accelerazione sarebbe più redditizia. Il 2025 si chiude così: con il mercato che indica una direzione e la politica che sembra volerne prendere un’altra. I dati del prossimo anno diranno chi avrà avuto la meglio.