Meno auto elettriche significa meno batterie per la rete e più centrali a gas
Centocinquanta centrali di punta in più, 25 miliardi di costi extra, il 37% di solare in meno: non sono i danni collaterali di una crisi, ma il conto che l’Europa pagherà se accetta di indebolire gli standard CO2 per le auto. Lo dice uno studio del Fraunhofer pubblicato nelle scorse settimane, che trasforma in numeri una scelta che la lobby dell’auto vuole spacciare per flessibilità.
La richiesta e il colpo di spugna
Già nell’ottobre 2025, l’associazione dei costruttori europei ACEA aveva messo sul tavolo una lista di oltre dieci scappatoie, come rivelato da un’analisi di Transport & Environment su un documento trapelato. Tra le richieste, la possibilità di conteggiare come a emissioni zero le auto che funzionano con carburanti alternativi. Un espediente che, da solo, avrebbe dimezzato l’obiettivo di vendere solo veicoli a batteria entro il 2035.
Lo scorso febbraio la Commissione europea ha raccolto l’invito, almeno in parte. La proposta di riforma del regolamento CO2 per le auto indebolisce il target di riduzione al 2035 dal 100% al 90%. Secondo un’analisi di Transport & Environment, la quota di auto elettriche a batteria (BEV) scenderebbe così all’85% del venduto. E l’incertezza è tale che le vendite di BEV potrebbero oscillare tra il 50% e il 95%, a seconda della strategia di mix di propulsione adottata da ciascun costruttore. Il tutto mentre a Bruxelles si discute anche di interoperabilità tra veicoli e rete, come si legge nella sezione 3.5.2 del documento della Commissione europea. Una connessione che, se gli standard venissero davvero indeboliti, rischia di restare lettera morta.
Il contatore nascosto della transizione
Lo studio del Fraunhofer, commissionato da T&E, mette in fila le conseguenze a catena. Meno auto elettriche significa meno batterie collegate alla rete, e quindi meno capacità di assorbire e restituire energia quando serve. Il vehicle-to-grid, che permetterebbe di usare le batterie delle auto come stoccaggio distribuito, vedrebbe ridursi del 35% la propria potenzialità. Senza quel cuscinetto, l’energia solare in eccesso verrebbe tagliata più spesso: il curtailment delle rinnovabili calerebbe del 25% in meno rispetto a uno scenario con standard intatti. E la capacità solare aggiuntiva installata sarebbe 37% in meno.
Secondo Fraunhofer ISI, per compensare servirebbero 13 gigawatt di capacità di backup in più, l’equivalente di 150 centrali di punta a gas. Nel frattempo, i risparmi annuali garantiti dalla flessibilità del V2G crollerebbero: con standard intatti arriverebbero a 11,7 miliardi di euro nel 2040, con standard indeboliti si fermerebbero a. Un buco che, per il sistema energetico europeo, si traduce in costi aggiuntivi per 25 miliardi di euro entro il 2040. In pratica, per ogni auto elettrica che non viene venduta, il sistema paga un sovrapprezzo in nuovi impianti fossili e in energia rinnovabile sprecata.
La beffa dei miliardi
Quello che per il sistema è un danno, per i bilanci pubblici e per le bollette è un salasso. Già nel 2024, il Fraunhofer aveva calcolato che la ricarica bidirezionale potrebbe far risparmiare al sistema energetico europeo l’8,6% dei costi annuali, per un totale di 22,2 miliardi di euro nel 2040. Uno scenario che presupponeva proprio quella penetrazione di veicoli elettrici che ora si vuole rallentare.
Con l’obiettivo al 90% anziché al 100%, quei 22,2 miliardi restano sulla carta. Al loro posto arrivano 25 miliardi di costi extra, mentre l’industria che ha chiesto le scappatoie continuerà a vendere motori termici con margini protetti. L’operazione si regge su un paradosso: si indebolisce l’elettrico per dare respiro ai bilanci dei costruttori, ma si scarica un costo quadruplo sulle spalle di tutti gli altri – consumatori, operatori di rete, contribuenti. Resta una domanda: a chi giova davvero questo indebolimento, se non a chi vuole rimandare la transizione il più a lungo possibile?
La transizione energetica non è un menu à la carte. Scegliere di rallentare l’elettrico significa bloccare il solare, aumentare il gas e pagare miliardi di penale. Mentre Bruxelles valuta, il conto è già sul tavolo.




