Il meccanismo europeo si completa con le regole per la rivendita dei certificati
Dal 10 luglio scorso chi importa acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio, idrogeno o elettricità nell’Unione Europea ha un nuovo tassello normativo da studiare. La Commissione europea ha aperto un periodo di commento di quattro settimane sulla bozza del regolamento delegato che fissa le condizioni per vendere e riacquistare i certificati CBAM — il cuore finanziario del meccanismo che da quest’anno dà un prezzo al carbonio alle frontiere comunitarie. Le osservazioni vanno inviate entro il 6 agosto. Sembra un dettaglio amministrativo, ma è il pezzo che mancava per chiudere il cerchio tra l’obbligo di dichiarare le emissioni incorporate nelle merci e il momento in cui, materialmente, bisognerà pagare.
Il mercato dei certificati: istruzioni per l’uso
Il funzionamento è lineare nella teoria, meno nella pratica. L’importatore stima le emissioni incorporate nei beni in arrivo e acquista un numero corrispondente di certificati su una piattaforma comune. Se alla fine del periodo di conformità ne ha in eccesso, può rivenderli alla Commissione fino a un massimo di un terzo di quelli comprati nell’anno precedente. Il prezzo di riacquisto è quello pagato al momento dell’acquisto originale, non quello corrente di mercato: una scelta che elimina ogni tentazione speculativa ma che obbliga le aziende a calibrare con attenzione i volumi, pena immobilizzare liquidità in certificati che non si possono rivendere a terzi. È un sistema pensato per essere un meccanismo di conformità, non uno strumento finanziario.
Perché un prezzo del carbonio alle frontiere
Se la consultazione di questi giorni sembra un dettaglio procedurale, è perché completa uno strumento progettato per una missione molto più ambiziosa: mettere un prezzo equo sul carbonio emesso altrove. Il CBAM è lo strumento dell’UE per dare un costo alle emissioni generate durante la produzione di beni ad alta intensità di carbonio che entrano nel mercato unico. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato incoraggiare una produzione industriale più pulita nei paesi extra-UE, dall’altro — ed è il punto politicamente più delicato — impedire che le aziende europee, già soggette al sistema di scambio di quote ETS, si trovino in una posizione di svantaggio competitivo rispetto a chi produce in giurisdizioni con standard climatici meno stringenti.
L’architettura del CBAM è stata proposta per la prima volta nel 2021, come parte del pacchetto “Fit for 55” che doveva tradurre in norme vincolanti l’impegno europeo di ridurre le emissioni nette del 55 percento entro il 2030. La logica di fondo è quella di prevenire la cosiddetta “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio” — il fenomeno per cui un’industria, per sfuggire ai costi ambientali europei, sposta la produzione fuori dall’UE senza che questo comporti alcuna riduzione netta delle emissioni globali. Secondo la Commissione europea, la politica consentirebbe all’UE di raggiungere i propri obiettivi di decarbonizzazione proteggendo al tempo stesso la competitività dell’industria comunitaria nei settori esposti al commercio internazionale e ad alta intensità emissiva. In altre parole: se bruci carbonio per produrre acciaio destinato al mercato europeo, devi pagare lo stesso prezzo che pagherebbe un’acciaieria tedesca sotto l’ETS.
Il meccanismo opera una distinzione netta tra la fase transitoria, già in corso, e il regime definitivo che scatterà nei prossimi anni. Oggi gli importatori devono rendicontare le emissioni incorporate senza ancora doverle pagare: è il momento in cui si costruiscono le competenze tecniche e le filiere di dati necessarie per attribuire valori affidabili a ogni tonnellata di CO₂. Il regolamento sui certificati rappresenta il passaggio successivo, quello in cui la rendicontazione si trasforma in obbligo finanziario. E poiché il prezzo dei certificati sarà ancorato a quello delle quote ETS, che negli ultimi anni ha oscillato tra i 60 e i 100 euro per tonnellata, l’impatto sui margini di chi importa beni ad alta intensità energetica sarà tutt’altro che simbolico.
La corsa globale ai confini del carbonio
Mentre Bruxelles definisce i dettagli operativi, altri attori si muovono rapidamente. Il Regno Unito ha già annunciato che il proprio CBAM nazionale entrerà in vigore il 1° gennaio 2027, seguendo un calendario leggermente sfasato rispetto a quello europeo ma con una filosofia sostanzialmente analoga. E non è l’unico. Secondo un’analisi del Center for Climate and Energy Solutions, Canada, Australia, Thailandia, Turchia, Cile e Stati Uniti stanno tutti esplorando o già implementando propri meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere. L’idea che un tempo sembrava un esercizio teorico da economisti del clima sta diventando un mattone portante della politica commerciale internazionale.
Ogni paese lo declina a modo proprio — con soglie di emissioni diverse, settori coperti differenti, calendari sfalsati — ma il principio di fondo è identico: se un prodotto arriva da un paese che non internalizza il costo del carbonio, paga un sovrapprezzo alla frontiera che ristabilisce la parità competitiva con i produttori locali. La conseguenza sistemica è che il CBAM cessa di essere un esperimento europeo. Sta diventando l’architettura di default del commercio internazionale in un mondo che inizia a prendere sul serio la decarbonizzazione, con tutte le frizioni diplomatiche che questo comporta — in particolare con i paesi in via di sviluppo, che vedono in questi meccanismi una barriera commerciale più che uno strumento climatico.




