Il tasso di occupazione sfiora l’80%, ma l’abbandono supera il 21% e le iscritte sono appena l’8,1% del totale

Nel cuore della provincia di Varese, un percorso per «Tecnico superiore per il risparmio energetico nell’edilizia sostenibile construction manager – corso I» ha messo a segno il punteggio più alto di tutta l’area Energia: 85.55. A certificarlo è l’ultimo monitoraggio nazionale degli ITS Academy pubblicato lo scorso 16 luglio da Indire, che ha passato al setaccio 506 percorsi conclusi nel 2024 da 115 fondazioni su tutto il territorio. Quella cifra, sezionata, racconta di un corso che funziona – e che però è un’eccezione, non la regola. Basta allargare lo sguardo ai dati aggregati per accorgersi che il sistema ITS sull’energia è un meccanismo pieno di tensioni: un tasso di occupazione che sfiora l’80%, ma anche un abbandono scolastico che supera il 21% e una presenza femminile ferma a percentuali minime. È un paradosso che diventa difficile ignorare proprio mentre l’Europa alza l’asticella delle rinnovabili e l’Italia si prepara a formare i tecnici che dovranno progettare, installare e manutenere gli impianti della transizione.

Il corso da 85.55: anatomia di un’eccellenza

Il dato varesino è un composto di più misure – placement, coerenza del percorso, valutazioni delle imprese – distillato in un indice unico. 85.55 significa che quel corso, con ogni probabilità, piazza i suoi diplomati in tempi brevi e in ruoli dove usano davvero quello che hanno imparato: progettazione di involucri edilizi, impianti a basso consumo, integrazione di fonti rinnovabili nel costruito. Niente di magico, ma una buona ingegneria formativa. Però è un picco isolato. La media dell’area Energia, se guardiamo all’intera coorte monitorata, non si avvicina a quella cifra. Ed è qui che la storia si fa interessante.

Il paradosso dell’occupazione

Nel 2024, i corsi ITS dell’area Energia hanno avuto 937 iscritti. Di questi, 706 sono arrivati al diploma e 562 hanno trovato un’occupazione. Secondo l’elaborazione Indire ripresa da QualEnergia, tutti questi 562 occupati svolgono un lavoro coerente con il percorso di studi. Il tasso di occupazione dei diplomati è quindi del 79,6%, un dato che molti percorsi universitari si sognano. Se però si sposta il calcolo sugli iscritti iniziali, la percentuale scende: dei 937 che hanno cominciato, solo il 60% è finito dietro una scrivania o in cantiere con un contratto in mano. Il motivo è il tasso di abbandono, che l’Indire fissa al 21,3% – 200 studenti su 937 si perdono per strada.

A questo si aggiunge una composizione di genere sbilanciata oltre ogni ragionevolezza. Gli iscritti sono per il 91,9% maschi. Significa che su 937 persone, appena 76 sono donne – l’8,1%, meno di un terzo della già modesta media nazionale degli ITS, che si attesta al 26,1%. La crescita complessiva c’è: lo stesso monitoraggio segnala che il numero di diplomati nei corsi energia è passato da poco più di cento nel 2013 a 706 nel 2024, con oltre 3.300 diplomati occupati nell’intero periodo osservato. Ma la forbice tra chi inizia e chi arriva a spendere quelle competenze rimane aperta, e colpisce in modo selettivo le candidate e i candidati con minori reti di supporto.

La promessa (ancora inevasa) della filiera formativa

L’8 agosto 2024 è entrata in vigore la legge n. 121, che istituisce la filiera formativa tecnologico-professionale a partire dall’anno scolastico e formativo 2024/2025. Il nuovo disegno mette insieme percorsi sperimentali del secondo ciclo, ITS Academy, istruzione e formazione professionale e IFTS, con l’obiettivo esplicito – come chiarisce il Ministero dell’Istruzione e del Merito – di «contribuire in modo sistematico a sostenere le misure per lo sviluppo economico e la competitività del sistema produttivo, colmando progressivamente la mancata corrispondenza tra la domanda e l’offerta di lavoro». Detto in breve: meno diplomati disoccupati e meno aziende con le turbine ferme per mancanza di un manutentore specializzato.

Due anni dopo, i numeri dicono che il disallineamento è tutt’altro che colmato. Il tasso di abbandono del 21,3% e l’assenza quasi totale di studentesse in un settore che ha fame di tecnici non sono solo problemi sociali: sono inefficienze di sistema. Mentre la legge prova a riordinare l’offerta formativa, il mondo produttivo preme sull’acceleratore. Stime di Gi Group raccolte da Renewable Matter indicano che il settore energetico italiano potrebbe generare oltre 250.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030, nel quadro di un obiettivo europeo che punta ad almeno il 42,5% di energia da fonti rinnovabili. Tradotto in fabbisogno immediato: installatori di pompe di calore, progettisti di impianti fotovoltaici con accumulo, tecnici di reti intelligenti, manutentori di sistemi ibridi. Figure che gli ITS sanno già formare quando il percorso arriva in fondo, ma che rischiano di restare una frazione troppo piccola di quello che serve se non si interviene su chi il percorso non lo completa, o non lo comincia proprio.

Il sistema ITS Energia funziona per chi lo porta a termine: 562 persone con un impiego coerente su 706 diplomati sono la prova che il modello, quando gira, produce tecnici che il mercato assorbe subito. Ma il vero banco di prova della filiera tecnologico-professionale sarà la capacità di non perdere i 200 che si fermano prima. Perché ogni abbandono, oggi, è un tecnico in meno tra sei anni, quando la curva delle rinnovabili incrocerà quella delle competenze.