L’integrazione fisica della rete balcanica con l’Europa occidentale procede più veloce della governance che dovrebbe regolarla
Nei giorni scorsi, un’analisi modellistica ha assegnato una probabilità del 61% al fatto che l’interconnessione Gacko-Brezna proceda più velocemente delle salvaguardie di sovranità entro il 2031. I cavi corrono, le regole arrancano. Mai come ora il paradosso della transizione energetica è così nitido: l’infrastruttura che dovrebbe rendere l’Europa più integrata e resiliente rischia di creare dipendenze prima ancora che qualcuno abbia finito di scrivere le regole per gestirle.
Il cantiere che anticipa la legge
A marzo 2026, il segretariato della Comunità dell’Energia ha dettagliato la proposta: 51 chilometri di linea a 400 kV tra Gacko e Brezna, con una capacità massima di 1.330 MW — più del doppio del cavo sottomarino che già collega Italia e Montenegro. Il progetto integrerebbe generazione rinnovabile e ridurrebbe le perdite di rete di circa 5 GWh in Montenegro e 6,4 GWh in Bosnia ed Erzegovina. Numeri che dicono efficienza, e che spiegano perché nessuno abbia voglia di frenare.
Ma il dado era stato tirato molto prima. Già a luglio 2024, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo aveva approvato un prestito sovrano garantito fino a 28 milioni di euro per l’ammodernamento della sottostazione di Brezna, portandola da 110/35 kV a 400/110/35 kV. Un upgrade che ha tutto il sapore del prerequisito: senza Brezna potenziata, il corridoio Gacko-Brezna resta carta. Il modello di scenario pubblicato nei giorni scorsi mette in fila i numeri e arriva a una conclusione scomoda: il 61% di probabilità che, entro il 2031, i cavi arrivino prima delle regole. Non è una previsione catastrofista, è un calcolo. E dice che l’integrazione fisica della rete balcanica con l’Europa occidentale sta andando a una velocità che la governance fatica a inseguire.
I padroni della rete
Se i cantieri corrono, è perché qualcuno ha interesse a farlo. E qui la mappa delle proprietà diventa istruttiva. A fine 2025, secondo i dati di CGES, il gestore della rete di trasmissione montenegrina era partecipato per il 55,38% dallo Stato del Montenegro, per il 22,09% da Terna e per il 15% da Elektromreža Srbije, l’operatore statale serbo. Il resto è polverizzato tra investitori individuali (6,82%), istituzionali (0,36%) e conti di custodia (0,35%). Tradotto: il gestore che controlla i nodi attraverso cui passerà l’elettricità balcanica diretta in Italia è, per oltre il 37%, in mani italiane e serbe. Non è un’anomalia, è un fatto proprietario. Ma cambia il modo in cui si leggono le priorità di investimento.
Il cavo HVDC Italia-Montenegro, operativo con i suoi 445 chilometri e 600 MW di capacità — stando ai dati di Terna a fine 2025 — è il ponte fisico che rende tutto questo rilevante per il sistema elettrico italiano. Non è un collegamento tra due Paesi: è il terminale di un corridoio più lungo. Il Corridoio Elettrico Trans-Balcanico, progetto bandiera dell’Unione Europea, collega i sistemi di trasmissione di Serbia, Montenegro e Bosnia ed Erzegovina con quelli di Croazia, Ungheria, Romania e Italia. Ottantaquattro chilometri di linea a doppio circuito da 400 kV sono stati completati nel 2022. Il resto è in varie fasi di progettazione o costruzione. L’architettura è chiara: un’asta che dal cuore dei Balcani porta elettricità — sempre più rinnovabile, sempre più intermittente — verso i mercati dell’Europa centrale e occidentale.
Il punto non è se il corridoio serva: serve. Il punto è chi decide come viene gestito, con quali priorità e con quali tutele. Quando Terna ed EMS siedono nel capitale del gestore montenegrino, la distinzione tra operatore neutrale e parte interessata si fa sottile. Non c’è bisogno di immaginare complotti: basta osservare che un’azienda che costruisce e gestisce infrastrutture in Italia ha anche una quota rilevante nel gestore che deciderà come instradare l’elettricità balcanica verso casa nostra. Non è illegittimo, ma andrebbe raccontato per quello che è.
La cyber-cintura che manca
E mentre le proprietà si incrociano, il rischio corre lungo i cavi. A marzo 2024, la Commissione europea ha adottato il primo codice di rete dell’Unione sulla cybersecurity per il settore elettrico. Un atto vincolante, non una raccomandazione. L’obiettivo è alzare gli standard di protezione delle infrastrutture critiche in tutta l’Unione, armonizzando requisiti che finora erano frammentati tra Stati membri. Il problema, come sempre, è il cronometro. Il codice è stato adottato più di due anni fa, ma l’attuazione richiede recepimenti nazionali, adeguamenti tecnici, verifiche incrociate. Nel frattempo l’interconnessione balcanica avanza con la logica dei cantieri, non con quella dei regolatori. E la domanda — tutt’altro che retorica — è se il codice basterà a reggere il passo di un’infrastruttura che evolve più in fretta della politica.
Il 61% non è una sentenza, è un indicatore di direzione. Dice che la governance è in ritardo, non che sia assente. Ma in un settore dove un guasto in una sottostazione balcanica può propagarsi fino alle case italiane — e dove la cybersecurity non è un optional ma una precondizione — il ritardo è tutto fuorché innocuo. Il cronometro è partito. La vera sfida non è l’elettricità, ma il controllo.




