La Germania conta quasi 5.000 comunità energetiche, l’Italia resta lontana dal modello tedesco
Quasi 48mila richieste di accesso agli incentivi, comunità energetiche rinnovabili ancora sotto quota mille. Alla fine del 2025, secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici, erano 904 le Cer attive in Italia: 1.429 impianti connessi, 8.653 utenze, 94,96 megawatt di potenza installata. In proporzione, ogni Cer italiana muove in media poco più di 100 kilowatt e serve una decina di utenze — numeri da avvio, non da maturità. Eppure la domanda di incentivi presentata al Gse ha sfiorato, nei giorni scorsi, le 48mila istanze. Una distanza che racconta qualcosa di più profondo di un fisiologico ritardo amministrativo.
La corsa lenta delle Cer italiane
I numeri, letti in serie, mostrano una crescita che esiste ma non decolla. Alla fine del 2022 erano in esercizio circa cento Cer. Due anni dopo, a fine 2024, si era arrivati a quasi 700. Un anno ancora, e il contatore segna 904. Se ci si limita al dato grezzo, si può parlare di un incremento di nove volte in tre anni. Ma se si guarda al punto di arrivo, il risultato è una rete di comunità che complessivamente non raggiunge i 100 megawatt — meno della potenza di un singolo parco eolico di medie dimensioni.
Nel frattempo, la macchina degli incentivi ha iniziato a girare con numeri più consistenti. Nei giorni scorsi, con la pubblicazione del quarto atto di concessione, il Gse ha ammesso a contributo ulteriori 5.435 progetti, per un importo complessivo di circa 195,6 milioni di euro. È il segnale che l’infrastruttura amministrativa sta smaltendo le pratiche, ma il collo di bottiglia non è solo nella fase di valutazione. Il decreto per gli incentivi destinati alle comunità energetiche e all’autoconsumo diffuso, il cosiddetto Decreto Cacer, è arrivato con un ritardo di 19 mesi. Per quasi due anni, chi voleva investire in una Cer ha navigato senza regole certe, senza tariffe definite, senza un orizzonte temporale su cui costruire un piano finanziario.
Ora che il quadro normativo si è assestato, il ritmo delle adesioni potrebbe accelerare. Ma dietro i numeri di queste settimane c’è una storia di scelte politiche contraddittorie che rischia di frenare proprio la fase che dovrebbe essere di decollo.
Il paradosso dei fondi: prima tagliati, poi rifinanziati
Lo scorso ottobre, il governo italiano ha proposto di tagliare un miliardo di euro dei 1,6 miliardi originariamente stanziati per le comunità energetiche rinnovabili nell’ambito del Pnrr. In proporzione, quasi due terzi della dotazione. Il segnale, per un comparto che stava ancora aspettando il decreto attuativo, era inequivocabile: le Cer non erano percepite come una priorità strategica. Poi, silenziosamente, la rotta ha cominciato a correggersi. A giugno 2026, nell’ambito della riprogrammazione del Pnrr, il governo ha stanziato 173 milioni di euro aggiuntivi.
Il risultato è una traiettoria a zigzag in cui ogni passo avanti è stato preceduto da una frenata. Sul piano finanziario, la dotazione complessiva è stata prima quasi azzerata, poi parzialmente ricostituita. Sul piano regolatorio, il ritardo di 19 mesi del decreto ha compresso il tempo utile per progettare, autorizzare e realizzare gli impianti. E sul piano politico, il messaggio è rimasto ambiguo: le comunità energetiche sono un pilastro della transizione o un esperimento a cui destinare fondi solo quando avanza qualcosa?
Intanto, il quarto atto di concessione del Gse porta il totale dei progetti ammessi a contributo a decine di migliaia. La domanda, in termini di richieste presentate, è quasi cinque volte superiore al numero di pratiche già lavorate. Se il ritmo di approvazione continuerà, è plausibile che nel corso del 2026 si veda un’accelerazione significativa delle Cer in esercizio. Ma l’intervallo tra la domanda di incentivo e l’allacciamento effettivo può durare mesi, a volte anni. E la capienza residua dei fondi, dopo il taglio dell’autunno 2025, resta un’incognita per chi presenta domanda oggi.
La Germania vola, l’Italia arranca
Guardare fuori dall’Italia aiuta a ridimensionare l’ottimismo. La Germania, leader europeo, conta quasi 5.000 comunità energetiche attive sul territorio nella definizione più ampia; di queste, circa 1.750 sono paragonabili alle Cer come intese in Italia. Ma il dato più rilevante è un altro: oltre il 30% della capacità rinnovabile installata nel Paese è di proprietà di cittadini o cooperative locali. Significa che l’energia distribuita non è un esperimento, ma una componente strutturale del sistema elettrico tedesco.
La Spagna, a fine 2025, registrava 679 Cer attive, secondo i dati di Ecodes. La Francia, secondo le stime della European federation of energy communities, si attesta tra le 300 e le 400 realtà che hanno completato l’iter per costituirsi come comunità energetica secondo la direttiva Red II. L’Italia, con le sue 904 Cer, sta davanti ai partner mediterranei ma resta lontanissima dal modello tedesco. E la distanza non si misura solo nel numero di comunità, ma nella taglia media degli impianti, nella quota di capacità rinnovabile in mano ai cittadini, nella velocità con cui un progetto passa dalla carta alla rete.
Il punto è: le 48mila richieste di incentivo sono un segnale di vitalità della domanda o l’effetto di un collo di bottiglia normativo che ha accumulato progetti in attesa di risposta? Se il ritmo di attivazione delle Cer non accelera, il rischio è che la distanza tra le pratiche presentate e quelle operative continui a crescere, trasformando un problema di lentezza amministrativa in un problema di credibilità dell’intero strumento. Il dato da tenere d’occhio nei prossimi trimestri è proprio questo: la forbice tra le quasi 48mila richieste e le poche centinaia di Cer attive si sta chiudendo o è destinata ad allargarsi?




