La chiusura della centrale era fissata al 31 dicembre 2025, ma il progetto eolico da 540 MW è rimasto fermo
La data certa era il 31 dicembre 2025: la centrale Enel di Civitavecchia avrebbe chiuso, e con essa un’intera filiera industriale. Ora che quella data è ormai alle spalle, per la città la transizione non è mai cominciata davvero. A ottobre 2024 il sindaco Marco Piendibene, a capo della giunta di centro-sinistra insediatasi a luglio, scriveva ai due parlamentari del territorio — Alessandro Battilocchio di Forza Italia e Mauro Rotelli di Fratelli d’Italia, presidente della Commissione Ambiente della Camera — per esortarli a riflettere sull’ipotesi di un hub per l’eolico offshore galleggiante nel porto cittadino. QualEnergia dava conto dell’appello del sindaco e dell’incontro convocato per lunedì 14 ottobre 2024 al Comune, con l’obiettivo di delineare insieme una strategia per il territorio. Oggi quell’appello suona come l’istantanea di un’occasione che il tempo non ha saputo coltivare.
La data certa che non ha portato certezze
La parola più ricorrente, nel racconto di chi seguiva la vicenda, era una sola: certezza. La data di chiusura era fissata e non si discuteva. Quello che mancava era tutto il resto. A ottobre 2024, la TGR Lazio ricostruiva il rebus occupazionale: tra 550 e 600 dipendenti diretti, cui si aggiungevano circa quattrocento lavoratori dell’indotto. Numeri che da soli spiegano perché la partita non fosse solo locale.
Dall’altra parte c’era, sulla carta, un progetto. Nel marzo 2023, Eni dava conto dell’intesa per un parco al largo di Civitavecchia con capacità fino a 540 MW. Divento Energia, la partnership tra GreenIT e Copenhagen Infrastructure Partners, punta a sviluppare cinque progetti eolici offshore galleggianti in Italia, per una capacità complessiva di 3 GW e un investimento di circa 15 miliardi di euro. A novembre 2024, però, Il Post descriveva il progetto come fermo e dipendente da investimenti statali. Non una questione tecnica, insomma: una questione di priorità.
Augusta e Taranto avanti, Civitavecchia in panchina
L’incontro del 14 ottobre 2024 al Comune non ha ridisegnato la geografia. Quella era già scritta. Il bando firmato dal MASE e dal MIT, come documentato da Renewable Matter in un’analisi sulla geografia portuale, selezionava i porti di Augusta e Taranto come hub principali per l’eolico offshore, mentre Brindisi e Civitavecchia figuravano come siti di supporto. La gerarchia è netta: i due poli principali sono al Sud, la costa laziale era destinata a un ruolo di seconda fila.
Eppure i numeri del progetto civitavecchiese sono tutt’altro che marginali. Il costo totale dell’hub è di 518 milioni di euro; quelli di Brindisi, Taranto e Augusta insieme valgono circa 350 milioni, di cui una cinquantina riferiti ad Augusta e il resto ai due porti pugliesi. In altre parole, il progetto laziale costa da solo più dei tre porti pugliesi e siciliano messi assieme. Ma il costo non è bastato a scalare la classifica del bando.
Il paradosso è che l’ambizione industriale esiste, ed è di scala nazionale. Secondo Anev, l’Associazione nazionale energia del vento, nei prossimi dieci anni l’Italia dovrà installare circa 11 GW di nuova potenza eolica marina galleggiante. I tre progetti combinati legati all’intesa del marzo 2023 produrranno circa 5 TWh all’anno, con entrata in esercizio commerciale prevista tra il 2028 e il 2031. Civitavecchia, con i suoi 540 MW potenziali, in quel disegno avrebbe un ruolo naturale. Il problema è che la mappa dei porti, quella firmata dal MASE e dal MIT, le ha assegnato un posto di seconda fila.
Il conto delle imprese: sette operai su sedici in cassa integrazione
Ma la classifica dei porti non è un esercizio astratto: a pagare sono imprese e lavoratori. Ceccarelli, un imprenditore dell’indotto, raccontava a Il Post la propria parabola. «In pochi mesi abbiamo perso 400mila euro di fatturato, che corrispondono al 40 per cento delle nostre entrate, e dal primo maggio siamo stati costretti a mettere in cassa integrazione 7 operai su 16», spiegava. Sette lavoratori su sedici: quasi la metà della forza lavoro, finita in cassa integrazione mentre il porto non si muoveva e gli investimenti statali restavano sulla carta.
Il contrasto è difficile da ignorare. Da una parte, un progetto da 15 miliardi di euro e tre parchi per 5 TWh l’anno tra il 2028 e il 2031; dall’altra, un’impresa che perde il 40 per cento del fatturato in pochi mesi e mette quasi metà degli operai in cassa integrazione. La transizione energetica, a Civitavecchia, non è arrivata come investimento: è arrivata come attesa. E mentre i tempi della politica e quelli dell’industria correvano su binari diversi, il costo veniva scaricato sui soggetti più deboli della filiera.
Cosa succede ora a chi è coinvolto? La transizione di Civitavecchia non è un problema tecnico: è una corsa contro il tempo. Ogni mese di ritardo negli investimenti statali brucia competenze e posti di lavoro. La domanda, a oltre otto mesi dalla chiusura del carbone, è rimasta senza risposta.



