Il meccanismo book-and-claim separa il prodotto fisico dal suo beneficio climatico, sollevando dubbi sulla reale efficacia della transizione

Per ridurre le emissioni dei fertilizzanti non serve toccare il fertilizzante: basta un certificato. Almeno sulla carta. Il 30 luglio scorso, Envision Energy e PepsiCo APAC hanno chiuso il primo accordo al mondo per l’acquisto di attributi ambientali di ammoniaca a basse emissioni, con la promessa di cancellare 5.000 tonnellate di CO₂ equivalente solo con i primi mille certificati. Un numero che fa notizia, ma che va messo accanto a un altro, molto più scomodo: 1,31 miliardi di tonnellate. È l’impronta annuale dei fertilizzanti azotati, e la sola fase di produzione ne rappresenta circa il 40%.

Il buco nero dei fertilizzanti

Secondo RMI, la produzione di fertilizzanti azotati pesa per circa 1,31 gigatonnellate di CO₂ equivalente ogni anno, e il 40% di queste emissioni arriva proprio dagli impianti che sintetizzano l’ammoniaca. Un’enormità che resta in gran parte fuori dai radar della transizione, perché intervenire sulle catene di approvvigionamento agricole significa toccare prezzi, sussidi e abitudini consolidate. La domanda è brutale: può un certificato, emesso a migliaia di chilometri di distanza, colmare davvero questo vuoto, oppure stiamo solo spostando il problema su un registro?

Una firma da 5.000 tonnellate

La risposta di Envision e PepsiCo è un meccanismo già visto nei cieli: il book-and-claim, lo stesso usato per il carburante sostenibile per l’aviazione. L’accordo, firmato alla fine di luglio, prevede che dal 2026 al 2030 Envision fornisca a PepsiCo APAC certificati di attributi ambientali associati ad ammoniaca prodotta nel suo Chifeng Net Zero Industrial Park, il più grande progetto di idrogeno verde al mondo, che ha iniziato a produrre ammoniaca già nel marzo 2024. I certificati sono emessi e gestiti attraverso il registro di S3 Markets e, stando alle stime preliminari, i primi mille consegnati potrebbero corrispondere a una riduzione di circa 5.000 tonnellate di CO₂ equivalente.

Il book-and-claim disaccoppia il bene fisico dal suo attributo ambientale: l’ammoniaca pulita viene prodotta in un luogo, il certificato che ne attesta le virtù climatiche viene comprato da un’azienda che magari utilizza fertilizzanti prodotti altrove, con processi tradizionali. La molecola non si sposta, l’attributo sì. È l’equivalente di comprare un biglietto per un volo green senza mai salire su quell’aereo, nella speranza che il sistema, nel suo complesso, migliori.

Il trucco del disaccoppiamento

Dietro l’operazione c’è una scommessa: che comprare un certificato equivalga a comprare ammoniaca pulita, anche se il fertilizzante arriva da impianti sporchi. La convenienza per il compratore è evidente: si acquista un diritto di vanto climatico senza dover riconvertire la propria catena di fornitura. Per il produttore, il certificato diventa una fonte di ricavo aggiuntiva che, in teoria, dovrebbe finanziare nuovi impianti a basse emissioni. Ma cosa succede quando la promessa non corrisponde alla realtà? E soprattutto: chi verifica che la riduzione di emissioni dichiarata sia aggiuntiva, reale e non presa a prestito da un altro bilancio contabile?

Il mercato volontario dei certificati di attributo ambientale sta provando a costruire le fondamenta di un sistema che, in assenza di obblighi normativi, resta appeso alla buona volontà dei grandi consumatori. PepsiCo APAC è un nome di peso, ma basterà a convincere un intero settore che una firma su un registro valga quanto una tonnellata di CO₂ in meno? L’ammoniaca non è un settore marginale: entra in quasi la metà del cibo che mangiamo, attraverso i fertilizzanti sintetici. Se il meccanismo del book-and-claim dovesse fallire nel generare riduzioni reali, il rischio non è solo un green premium senza impatto, ma un green washing di massa che deresponsabilizza chi inquina davvero.

La domanda resta: questi certificati accelereranno la transizione o offriranno solo un alibi ai grandi consumatori? Mentre il mercato dei certificati si allarga, la vera partita si gioca su un campo che nessun attributo ambientale può certificare: la volontà politica di fissare regole che impediscano al green premium di diventare un green washing. Perché senza standard pubblici di contabilità climatica, ogni tonnellata cancellata su un foglio elettronico rischia di essere solo un’altra tonnellata rimandata al futuro.