L’iniziativa punta a coinvolgere progressivamente tutti i 91 comuni del territorio
Quaranta per cento a fondo perduto. È la leva finanziaria che ha convinto la Provincia di Frosinone a uscire dalla logica del singolo impianto privato per diventare il primo soggetto pubblico del territorio a guidare una Comunità Energetica Rinnovabile. La Provincia aveva avviato il percorso per la costituzione della prima CER pubblica già nel luglio 2024, partendo da un progetto pilota su Frosinone e Ferentino. Ma è nei giorni scorsi, con la copertura di pv magazine Italia, che l'iniziativa è tornata sotto i riflettori, mostrando i contorni di un modello che punta ad aggregare progressivamente tutti i 91 comuni del territorio.
Dietro la scelta dell'ente pubblico non c'è solo una dichiarazione di intenti ambientali. C'è un meccanismo di incentivi che cambia radicalmente i conti economici delle CER, soprattutto quando a farsene carico è un soggetto che può accedere ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Il motore economico: tariffa incentivante e fondi PNRR
Il Decreto CER, che ha ricevuto il via libera dalla Commissione europea, si regge su due gambe: una tariffa incentivante sull'energia prodotta e condivisa e un contributo a fondo perduto finanziato dal PNRR. La tariffa remunera l'energia immessa in rete e contestualmente autoconsumata dai membri della comunità, creando un flusso di cassa che ripaga l'investimento nel tempo. Ma è il contributo in conto capitale a fare la differenza per le iniziative pubbliche: copre fino al 40 per cento dei costi ammissibili, abbattendo la barriera all'ingresso per comuni e province che altrimenti non avrebbero la capacità di investimento per progetti di questo tipo.
Il meccanismo non è pensato per il singolo cittadino che installa pannelli sul tetto di casa. È tarato su configurazioni collettive, dove l'energia condivisa — quella immessa in rete da un impianto e prelevata nella stessa ora da un altro utente della CER — genera un incentivo che si somma al risparmio in bolletta. In un territorio frammentato come quello della provincia di Frosinone, dove 91 comuni non hanno mai avuto la massa critica per progetti energetici coordinati, il 40 per cento a fondo perduto trasforma un'operazione altrimenti marginale in qualcosa di finanziariamente sostenibile.
La vera domanda, a questo punto, non è se convenga — i numeri del Decreto parlano chiaro — ma perché sia proprio l'ente pubblico a farsi carico dell'aggregazione, invece di lasciare che siano i privati a muoversi.
Ruolo pubblico: da regolatore a produttore di energia condivisa
La risposta sta nella natura stessa del territorio. Con 91 comuni, la provincia di Frosinone rappresenta un caso da manuale di frammentazione amministrativa che frena le economie di scala necessarie per far decollare le CER senza un soggetto aggregatore. «Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano una grande opportunità della transizione ecologica e vogliamo mettere la Provincia nelle condizioni di svolgere un ruolo di coordinamento e supporto ai Comuni», aveva dichiarato il Presidente Luca Di Stefano già nel luglio 2024, in occasione dell'avvio dell'iter. L'idea è tanto semplice quanto ambiziosa: usare la Provincia come cabina di regia unica per la progettazione, l'accesso ai fondi e la gestione amministrativa, sollevando i piccoli comuni da oneri che da soli non potrebbero sostenere.
Il progetto pilota parte da Frosinone e Ferentino, che fungono da banco di prova per validare il modello prima dell'espansione. L'obiettivo dichiarato da Di Stefano è «realizzare una rete provinciale delle Comunità Energetiche che possa coinvolgere progressivamente tutti i nostri Comuni. Significa investire in sostenibilità, innovazione e coesione sociale, offrendo ai territori strumenti concreti per contrastare la povertà energetica, ridurre le emissioni e creare nuove opportunità di sviluppo». Tre obiettivi — povertà energetica, emissioni, sviluppo — che in un territorio dove la bolletta pesa più che altrove non sono retorica ma necessità materiale.
Il contesto nazionale offre un termine di paragone. A settembre 2025, secondo i dati raccolti da Legambiente, in Italia si contavano almeno 1.127 comunità energetiche rinnovabili, per una potenza complessiva di 115 MW distribuita su 1.532 impianti. Numeri che raccontano un movimento ancora frammentato, fatto di iniziative locali spesso scollegate tra loro. La Provincia di Frosinone sta provando a invertire questa logica: non tante isole, ma una rete. E il fatto che sia un ente pubblico a guidare l'operazione non è un dettaglio: significa poter incanalare le risorse del PNRR con procedure standardizzate, riducendo i tempi di progettazione e moltiplicando i volumi.
Il passaggio da regolatore a facilitatore della produzione condivisa non è indolore. Richiede competenze tecniche che una provincia media italiana raramente possiede in casa: modellazione dei flussi energetici, gestione delle configurazioni di autoconsumo diffuso, pratiche con il GSE per l'accesso alla tariffa incentivante. Ma la posta in gioco è alta: se il modello funziona, potrebbe diventare un riferimento per tutte le aree interne del Paese dove la densità abitativa e la capacità di investimento privato non bastano a far decollare le CER.
Impiantistica e territorio: cosa cambia per progettisti e installatori
Dalla visione strategica al cantiere il passo è breve. Se la Provincia fa da cabina di regia, chi installa potrebbe trovarsi di fronte a un parco progetti potenziale distribuito su 91 comuni — un volume che nel territorio non ha precedenti. Significa gare aggregate, capitolati standardizzati e la necessità di mettere in campo squadre che sappiano lavorare su edifici pubblici con caratteristiche costruttive disomogenee: dalle scuole ai municipi, passando per capannoni e centri sportivi. Non è lo stesso che installare su una villetta unifamiliare. Le coperture pubbliche richiedono sopralluoghi strutturali, verifiche di carico, spesso interventi preparatori sul manto. La standardizzazione dei moduli e degli inverter aiuta, ma non basta se manca la capacità di gestire una pipeline di cantieri distribuiti.
Il nodo vero, al di là della disponibilità finanziaria, sono le competenze locali. Una domanda aggregata di decine di impianti pubblici richiede un salto di scala nella progettazione esecutiva, nella direzione lavori e nella gestione delle pratiche con il GSE. Non è fantascienza — è quello che accade quando un ente pubblico decide di comportarsi come un unico committente invece di lasciare che ciascun comune vada per conto proprio. La sfida non è solo nei numeri dell'incentivo: la vera partita si gioca sulla capacità di progettazione e installazione diffusa. Il modello pubblico può sbloccare volumi che il mercato privato non ha mai raggiunto in questo territorio, ma solo se esiste un tessuto di competenze in grado di assorbirli.




