Il record tedesco punta a ridurre il suolo necessario per produrre energia pulita

Una cella solare di poco più di un centimetro quadrato ha trasformato in elettricità il 25,5% della luce che l’ha colpita. È un dato da laboratorio, certo, ma fino a ieri quel rendimento era roba da pannelli spaziali. Oggi arriva da Berlino, dove i ricercatori del progetto Solmates hanno spinto una cella tandem CIGS-perovskite oltre la sua precedente barriera del 24,6%. La novità non sta solo nel numero, ma in cosa significa per l’industria: crescere in potenza senza moltiplicare i metri quadri.

Efficienza che vale ettari

Il record tedesco si aggiunge a un filone di innovazioni che punta a fare di più con lo stesso spazio. La nuova geometria riflettente per pannelli solari sviluppata dalla startup canadese Reflect10 promette un aumento della produzione media giornaliera del 20% senza toccare le celle. La luce rimbalza più volte dentro camere a specchio prima di essere assorbita. “Guadagni di produzione significativi — ha spiegato il fondatore Louis Massicotte — semplicemente sostituendo i pannelli, senza espandere i parchi”. E il riferimento al limite di Shockley-Queisser del 33,7% non è casuale: per decenni l’industria del silicio a giunzione singola ha visto quel muro come invalicabile. Oggi, geometrie ottiche e celle tandem lo aggirano senza attendere il materiale perfetto. I dati Reflect10, basati su test sul campo in Québec e Marocco tra fine 2025 e maggio 2026, vanno presi con la cautela che si riserva a ogni simulazione. Ma indicano una direzione.

Intanto, i ricercatori tedeschi hanno già miniaturizzato la loro cella tandem in un mini-modulo da 2,25 cm² al 19,7%, e test interni dello stesso gruppo avrebbero raggiunto il 27,5%. La distanza tra il banco ottico e il tetto resta, ma si sta accorciando. Ogni punto percentuale in più significa meno suolo occupato a parità di energia. E il suolo, in Italia, è già un tema caldo.

I giganti in campo

Mentre i laboratori lavorano sui materiali, l’industria ha già cambiato scala. In Sicilia, due impianti hanno segnato altrettanti punti di non ritorno. A giugno 2026, la tipografia veneta Grafica Veneta ha completato la riconversione di Grafica Veneta in produttore di energia con un progetto agrivoltaico che porta una stampante di libri a diventare fornitore elettrico. Pochi giorni dopo, Iberdrola ha allacciato il più grande impianto solare italiano da 243 MW, l’impianto Fenix tra Catania ed Enna. Quattrocentotredicimila moduli bifacciali su una superficie che non è un pezzo unico di deserto, ma un mosaico di terreni agricoli.

Due esempi che dimostrano come la potenza fotovoltaica possa salire senza dover scegliere tra cibo ed elettroni.

Eppure, proprio quando gli impianti raggiungono questa taglia, il vero limite diventa un altro: che cosa fare dell’energia quando il sole picchia e la rete è già sazia.

Il collo di bottiglia si sposta

I numeri di Bruxelles dicono che la corsa allo stoccaggio è già cominciata. L’Unione europea, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione al gas, ha approvato il fabbisogno di accumulo dell’UE di 200 GW al 2030. Oggi siamo a circa 55 GW (inizio 2026). L’accordo tripartito prevede che lo stoccaggio copra il 10% della domanda di picco entro il 2028, il doppio del 2025. Nel segmento commerciale e industriale, la quota di impianti rinnovabili con batteria abbinata dovrà passare dal 5% del 2026 al 20% del 2028. Sono target, non profezie. Ma segnalano che senza accumulo distribuito l’onda dei record di efficienza rischia di infrangersi contro i picchi di produzione e i prezzi negativi.

Nei prossimi mesi, due cose contano più di ogni altro comunicato: quanti di quei 200 GW di storage entreranno effettivamente in cantiere, e se il 20% di rinnovabili con batteria nel C&I diventerà una voce di bilancio o resterà un auspicio. Perché il solare ha già mostrato di poter crescere senza mangiare territorio. Ora la domanda è se l’accumulo tiene il passo, o se saremo noi a doverlo inseguire.