Il meccanismo di rimborso ai produttori a gas solleva dubbi di compatibilità con le norme europee
Apri la bolletta di giugno e vedi una cifra che fa male. Eppure la scorsa settimana, il 2 luglio, è stato pubblicato il piano con cui ARERA promette di abbattere il prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Promesse e realtà, al solito, non coincidono. E la distanza tra i titoli rassicuranti e i numeri che arrivano in fondo alla bolletta è ancora grande, forse più di quanto si creda.
Il conto più salato d’Europa
Parliamo di dati, non di sensazioni. Nel 2025 il Prezzo unico nazionale dell’elettricità – il famoso PUN che trovate in bolletta – è stato in media di 115,9 euro al Megawattora, con un aumento del 7% rispetto al 2024. Lo ha certificato ARERA stessa: è stato il prezzo più alto in Europa. Non tra i più alti: il più alto in assoluto. Mentre in Francia e in Spagna le famiglie pagavano molto meno, qui si viaggiava su valori da record, trainati – neanche a dirlo – dal costo del gas.
Il paradosso del rimborso: pagare i produttori a gas per abbattere i prezzi
Il piano poggia su una gamba normativa tanto innovativa quanto fragile. L’articolo 6 del Decreto-legge 21/2026, il cosiddetto DL Bollette, ha introdotto un meccanismo di rimborso ai produttori termoelettrici a gas che non ha precedenti nel panorama normativo europeo. In pratica, lo Stato si fa carico – attraverso la bolletta o la fiscalità generale – dei costi diretti che i produttori sostengono per acquistare le quote di emissione del sistema EU ETS, il mercato europeo del carbonio.
L’idea di fondo è che, alleggerendo i costi in capo a chi produce elettricità bruciando gas, il prezzo all’ingrosso scenda a cascata per tutti. Ma è proprio qui che si annida il rischio: si tratta di un aiuto diretto a un settore che, per restare competitivo, dovrebbe internalizzare il costo delle emissioni, come vuole la logica europea. Non a caso, la dottrina giuridica ha già sollevato forti dubbi sulla compatibilità di questa misura con l’ordinamento dell’Unione europea. Il paradosso è evidente: per abbassare il prezzo dell’elettricità, si paga il combustibile fossile che lo tiene alto.
ARERA, dal canto suo, si è mossa in fretta: già il 25 giugno scorso ha avviato un procedimento per attuare il rimborso ai produttori termoelettrici, come previsto dall’articolo 6, comma 3 del decreto. Le regole tecniche sono in fase di scrittura, ma il cuore politico della questione resta scoperto: Bruxelles come reagirà a un meccanismo che compensa direttamente i costi delle quote di CO₂? La risposta potrebbe arrivare con un avvio di procedura, o peggio con una richiesta di modifica, e a quel punto il castello promesso ai consumatori rischierebbe di crollare prima ancora di essere costruito.
La spinta dal basso: la Calabria diffida ARERA
Mentre a Roma si studia il meccanismo dei rimborsi, dai territori arriva una richiesta che va in direzione opposta. Sabato 4 luglio il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, ha inviato una diffida ad ARERA chiedendo di accelerare il superamento del Prezzo unico nazionale e il passaggio ai prezzi zonali dell’elettricità. La logica è semplice: le regioni che producono grandi quantità di energia da fonti rinnovabili – e la Calabria è tra queste – dovrebbero poter beneficiare di bollette più contenute per cittadini e imprese, anche come forma di compensazione per l’impatto ambientale e paesaggistico dei grandi impianti.
Non è una provocazione isolata. La spinta verso i prezzi zonali sta montando da mesi: cambiare il sistema significherebbe agganciare il costo dell’elettricità al mix produttivo di ciascuna zona, premiando i territori con più eolico e fotovoltaico e, potenzialmente, riducendo la dipendenza del prezzo nazionale dal gas. Peccato che una riforma del genere richieda tempo, infrastrutture di rete adeguate e una volontà politica che finora è mancata, scontrandosi con gli interessi delle regioni meno dotate di impianti rinnovabili.
Per ora, il consumatore italiano può solo osservare. Il piano ARERA promette di abbassare i prezzi, ma la strada è lastricata di intoppi normativi europei e di pressioni locali che spingono in una direzione del tutto diversa. La bolletta della prossima estate è ancora un’incognita. Conviene tenerla d’occhio, e nel frattempo fare i conti con l’unica certezza: oggi, in Europa, l’elettricità più cara è la nostra.




