La produzione attuale è pari a meno di un decimo dell’obiettivo del PNIEC per il 2030
Nel 2024 l’Italia ha prodotto circa 0,4 miliardi di metri cubi di biometano. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima ne prevede 5,7 miliardi entro il 2030. Un salto di quattordici volte in sei anni. I numeri, messi in fila, raccontano la distanza siderale tra il punto di partenza e il traguardo. Eppure, nei giorni scorsi, il puzzle normativo ha messo un tassello importante: il Gse ha aggiudicato gli accordi quadro per la vendita del biometano ritirato dai produttori e immesso nelle reti con obbligo di connessione di terzi, nell’ambito del meccanismo previsto dai decreti ministeriali del 2 marzo 2018 e del 15 settembre 2022.
La distanza siderale tra oggi e il 2030
Lo 0,4 contro il 5,7 è la cifra che spiega la posta in gioco meglio di qualsiasi esercizio retorico. L’Italia parte da una produzione che nel 2024 valeva meno di un decimo dell’obiettivo fissato per fine decennio. Non si tratta di un semplice scarto percentuale: è un intero modello industriale da costruire, con impianti, filiere agricole, logistica di ritiro e una rete di vendita che finora semplicemente non esisteva in forma organizzata. Il Decreto Biometano del 15 settembre 2022 ha aperto l’accesso alle risorse del PNRR per lo sviluppo degli impianti di produzione. Ma i soldi, da soli, non bastano se manca un mercato liquido dove collocare il prodotto. Serve un meccanismo che acceleri la crescita, che riduca il rischio per chi investe e che garantisca uno sbocco commerciale certo. È esattamente ciò che il Gse ha appena messo in moto.
Tre shipper per un mercato che nasce concentrato
Mentre il target appare lontano, il Gse ha concluso la procedura competitiva per selezionare gli shipper incaricati di rivendere il biometano destinato all’autotrazione. Il meccanismo, disegnato dal decreto interministeriale del 2 marzo 2018 per la promozione dei biocarburanti avanzati nel settore dei trasporti e integrato dal Decreto Biometano del 2022, prevede che il Gestore dei Servizi Energetici ritiri il biometano dai produttori e lo affidi a società di vendita del gas naturale dotate delle competenze operative necessarie per commercializzarlo.
Alla gara hanno partecipato tre operatori, tutti risultati aggiudicatari: Enel Global Trading, Gruppo Società Gas Rimini ed Eni. L’accordo quadro ha una durata di 12 mesi, rinnovabile fino a due ulteriori annualità. Il dato che colpisce non è tanto l’identità dei vincitori — tre grandi player energetici — quanto il fatto che gli offerenti fossero esattamente tre. Un mercato che nasce, per ora, con una struttura oligopolista, in cui la concorrenza è limitata alla fase iniziale di accesso e la possibilità di un ricambio resta affidata alla clausola di rinnovo. La partita ora si gioca sulla capacità di questi operatori di trasformare un mercato nascente in un volano per gli investimenti. L’Europa intanto non sta a guardare.
Europa a +1 miliardo di metri cubi l’anno: l’Italia ha un asso nella manica?
Mentre l’Italia mette le regole, il biometano europeo corre. A metà 2026, secondo i dati dell’European Biogas Association, l’Europa ha superato per la prima volta 8 miliardi di metri cubi di capacità produttiva, aggiungendo più di 1 miliardo di metri cubi di capacità annua in un solo anno. Una crescita che accorcia le distanze tra il Vecchio Continente e i grandi mercati del biogas, e che mette pressione su chi, come l’Italia, sta ancora costruendo le fondamenta del proprio mercato domestico.
In questo quadro, il nostro Paese ha un vantaggio strutturale che vale la pena osservare: la dimensione media degli impianti italiani, 667 Nm³/h, è nettamente superiore alla media europea di 472 Nm³/h. Significa che i progetti italiani tendono a essere più grandi, potenzialmente più efficienti e con economie di scala migliori. Ma un impianto più grande non produce nulla se non viene costruito, allacciato e collegato a un sistema di ritiro e vendita funzionante. Ed è qui che l’accordo quadro appena siglato può fare la differenza: garantire a chi sviluppa nuovi impianti la certezza che il biometano immesso in rete troverà uno sbocco commerciale senza dover negoziare singolarmente con gli acquirenti.
Il target PNIEC resta ambizioso, per usare un eufemismo. Per arrivare a 5,7 miliardi di metri cubi servirebbe una velocità di installazione che l’Italia non ha mai avuto in questo settore. I numeri dei prossimi bandi PNRR e le realizzazioni degli impianti già finanziati saranno il vero banco di prova. L’infrastruttura di mercato ora c’è, almeno sulla carta. Manca la sostanza: chilometri di tubazioni, digestori, accordi con il mondo agricolo, iter autorizzativi che non si incaglino per anni.
Il 2030 è lontano, ma i dodici mesi del primo accordo quadro diranno se il biometano italiano può passare dalla nicchia alla scala industriale. L’unico numero che conta, da qui in avanti, è la nuova capacità installata. Senza un’accelerazione immediata — fatta di cantieri aperti, non di carte firmate — quel 5,7 resterà una chimera.




