Il meccanismo italiano aggancia le Garanzie d’Origine alla vendita, migliorando la bancabilità degli impianti
Per la prima volta in Italia, vendere biometano significa incassare anche le Garanzie d’Origine. Lo scorso 20 luglio, il meccanismo di supporto ha prodotto l’assegnazione di 6 TWh di capacità a sei spedizionieri: è il primo contratto commerciale che aggancia il combustibile rinnovabile al suo passaporto verde. Basta quel dettaglio tecnico a ribaltare il calcolo economico di un impianto, ed è la ragione per cui, mentre l’asta tedesca di giugno è rimasta semivuota, in Italia gli operatori stanno facendo i conti con un rendimento a quindici anni che oggi sembra più solido.
L’innesto delle Garanzie d’Origine
Il Decreto del Ministero della Transizione Ecologica n. 340, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 ottobre 2022, aveva già messo sul tavolo un’architettura robusta: tariffe feed-in fisse per 15 anni e contributi in conto capitale fino al 40% dei costi di realizzazione dell’impianto. Per un digestore anaerobico accoppiato a un modulo di upgrading, la combinazione riduce il rischio di prezzo e alleggerisce l’esborso iniziale. Ma il biometano, pur essendo un gas rinnovabile, aveva un valore «verde» difficile da monetizzare direttamente dal produttore, perché il certificato d’origine restava scorporato dalla molecola fisica e spesso era gestito da meccanismi di compliance paralleli.
Ora l’architettura fa un salto: per la prima volta, la vendita commerciale include le Garanzie d’Origine. Ciò significa che quando uno spedizioniere acquista 1 MWh di biometano immesso nella rete Snam, riceve contestualmente il titolo che ne attesta la provenienza da matrici agricole o da rifiuti organici. Per l’acquirente industriale, che deve dimostrare la quota di energia rinnovabile consumata, quel titolo vale decine di euro al megawattora sul mercato della conformità; di fatto, il produttore può spuntare un prezzo più alto o fidelizzare la domanda. Il risultato è un flusso di ricavi a due voci: la tariffa omnicomprensiva fissata dal GSE e il valore della GO venduta insieme al gas. In termini di IRR di progetto, è la variabile che sposta il punto di pareggio di alcuni punti percentuali, rendendo bancabili anche impianti di taglia media, sotto i 500 standard metri cubi orari. Ma questa leva finanziaria basta a spiegare perché in Germania, con meccanismi diversi, l’interesse sia invece crollato?
Il paradosso tedesco e la volata europea
Lo scorso giugno, la Bundesnetzagentur ha messo all’asta 61 MW di capacità di biometano. Ha raccolto soltanto sei offerte per un volume complessivo di 38 MW. Meno di due terzi del lotto sono stati coperti, un segnale di quanto l’industria tedesca fatichi a trovare convenienza nel produrre biometano da destinare alla rete del gas naturale. La Germania punta molto sull’idrogeno e ha un sistema di aste competitive senza una garanzia automatica di ricavo pluriennale paragonabile alla tariffa fissa italiana; inoltre il valore dell’origine rinnovabile non è direttamente agganciato alla vendita fisica, ma deve essere negoziato separatamente, aumentando i costi di transazione e l’incertezza.
Nel frattempo, il mercato europeo del biometano ha continuato a espandersi. Già a fine 2023, la produzione aveva raggiunto circa 4,9 miliardi di metri cubi (circa 52 TWh), il 18 per cento in più del 2022, secondo l’analisi di Dentons. Entro la chiusura del 2024 la capacità installata aveva toccato i 7 miliardi di metri cubi annui, con più di 1.600 impianti operativi in 25 Stati membri. L’Italia, il cui Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima fissa 5,7 miliardi di metri cubi al 2030, deve percorrere ancora un tratto significativo: traguardare quel volume significa più che triplicare la capacità rispetto ai numeri attuali, un passo che richiede proprio la solidità finanziaria che il meccanismo appena battezzato dovrebbe fornire.
La differenza tra la risposta italiana e quella tedesca non sta nella qualità della materia prima — entrambi i paesi possono contare su un’agricoltura estesa — ma nella prevedibilità del quadro regolatorio. Dove il legislatore ha cucito insieme una tariffa fissa quindicennale con un contributo in conto capitale e, oggi, con la contestuale cessione delle GO, il conto economico di un impianto diventa leggibile per una banca senza dover ipotizzare scenari di prezzo volatile. Le sei offerte tedesche sono lo specchio di un sistema che non dà altrettanta lettura del rischio. Resta aperta la domanda: l’Italia riuscirà a tradurre il vantaggio normativo in digestori funzionanti e collegati alla rete, per colmare il gap verso il target 2030?
Il cantiere e il conto economico
Archiviati i grandi numeri del PNIEC, per chi sviluppa un impianto di digestione anaerobica e upgrading a biometano il nodo non è il traguardo al 2030 ma il rendimento a 15 anni. La tariffa feed-in riconosciuta dal GSE copre il costo di produzione netto, e il contributo fino al 40% sulle spese di impianto abbatte l’esposizione debitoria iniziale. Tuttavia, nei modelli finanziari dei progetti, la variabile che fa scattare il semaforo verde del credit committee è spesso il margine operativo netto generato dalla vendita delle Garanzie d’Origine. Senza quei ricavi extra, il rapporto di copertura del debito resta al pelo; con le GO agganciate alla vendita fisica, il margine sale e il servizio del debito diventa sostenibile anche con un tasso di interesse al rialzo. Il cerchio si chiude: la Garanzia d’Origine non è un orpello burocratico, è la variabile che sposta l’ago della bancabilità.
Il quadro italiano offre oggi una via più concreta rispetto a quella sperimentata dai vicini europei, ma ogni regola scritta a Bruxelles o a Roma deve diventare un digestore che produce gas e un compressore che lo immette in rete. Le Garanzie d’Origine sono il pezzo mancante che può far scattare l’equazione economica, a patto che i tempi autorizzativi e la catena di fornitura tengano il passo. Per ora, il dato dell’asta tedesca e il successo dell’assegnazione italiana tracciano una direzione chiara: nel biometano, la fiducia degli investitori si costruisce con contratti lunghi e certificati verdi realmente negoziabili.



