Il gruppo Ludoil emette un green bond da 40 milioni per un impianto in Sicilia che produrrà poco più di

Otto miliardi di metri cubi di biometano entro il 2030. È il target che l’Italia si è data, tra politiche nazionali ed europee, per ridurre la dipendenza dal gas fossile. Poi guardi i progetti che arrivano sul tavolo, uno per uno: lo scorso 25 giugno Ludoil ha emesso un green bond da 40 milioni di euro per costruire un impianto a Dittaino, in provincia di Enna. Capacità autorizzata: poco più di 5 milioni di metri cubi standard all’anno. Il conto non torna, e non per colpa di Ludoil. Il problema è a monte: il sistema viaggia a colpi di obbligazioni verdi e garanzie pubbliche, mentre la scala industriale resta un miraggio.

Un impianto, quaranta milioni

Partiamo dalla Sicilia interna, dove il gruppo Ludoil ha appena piazzato il suo ultimo tassello nella partita del biometano. L’impianto si chiama Engas e sorgerà nell’area industriale di Dittaino. Tratterà circa 69.000 tonnellate di materiale all’anno: 51.000 tonnellate di FORSU, la frazione organica della raccolta differenziata, e altre 18.000 tonnellate di frazione verde. Il biometano prodotto — oltre 5 milioni di metri cubi standard l’anno — sarà immesso direttamente nella rete nazionale.

I numeri sono concreti, verificabili, e dicono molto su come funziona la transizione energetica quando scende dalle dichiarazioni di principio ai cantieri. Per finanziare l’operazione, Ludoil ha emesso un green bond sottoscritto da Crédit Agricole Italia e UniCredit. L’emissione è garantita da SACE attraverso la Garanzia Archimede, lo strumento pubblico pensato per sostenere investimenti strategici. Il bond è strutturato in conformità con i principi ICMA Green Bond, lo standard internazionale per le obbligazioni destinate a progetti con un valore ambientale verificabile. Il quadro ESG della transazione è stato sviluppato dai team di Crédit Agricole Italia Banca d’Impresa e UniCredit. Tutto in regola, tutto certificato. Ma per capire perché servano 40 milioni di euro per un singolo impianto — e cosa questo significhi per la traiettoria del biometano italiano — bisogna guardare alle regole del gioco.

La spinta del decreto (e l’olfatto del petroliere)

Fin dal 15 settembre 2022, il cosiddetto Decreto Biometano ha disegnato la cornice normativa per incentivare la costruzione di nuovi impianti. L’iniziativa si inserisce nelle politiche nazionali ed europee a sostegno del biometano e beneficia del regime previsto dal decreto ministeriale e successive modifiche. In altre parole: senza incentivi pubblici, questi progetti non partirebbero. È il meccanismo classico della transizione guidata dal regolatore, con il GSE che gestisce le procedure e i produttori che rispondono alle aste. Funziona. Ma funziona un impianto alla volta.

E qui arriva Ludoil, che non è una startup green né una utility municipalizzata. Il gruppo si autodefinisce la principale azienda multi-energia privata in Italia. Sta diversificando il proprio portafoglio industriale verso le rinnovabili, con progetti nel biometano, nell’idrogeno e nella generazione rinnovabile. Accanto alle attività tradizionali — il core business resta quello energetico, con un passato saldamente ancorato ai combustibili fossili — il gruppo ha messo in piedi una piattaforma di investimento che oggi conta già gli impianti Raco e Gaia, ai quali si aggiunge ora Engas. Ludoil non è un’azienda green per vocazione: è un operatore privato che fiuta l’affare, si muove dove gli incentivi creano margini, e lo fa con gli strumenti della finanza strutturata. È legittimo. Ed è esattamente il paradosso di questa fase della transizione: senza i vecchi attori dell’energia e senza garanzie pubbliche, i target resterebbero sulla carta. Con loro, però, la domanda su tempi e scala resta inevasa.

Transizione per pochi?

Se anche i colossi dell’energia tradizionale si muovono solo con il paracadute di SACE — la Garanzia Archimede che copre il green bond di Ludoil è denaro pubblico — qual è il vero stato della transizione italiana? Il punto non è la bontà del progetto Engas, che anzi ha tutti i crismi della solidità tecnica e finanziaria. Il punto è la replicabilità. Cinque milioni di metri cubi di biometano all’anno, per quanto virtuosi, sono una goccia nel mare di un fabbisogno nazionale che si misura in decine di miliardi di metri cubi. Per raggiungere il target degli 8 miliardi di metri cubi al 2030 servirebbero centinaia di impianti come questo. E ciascuno richiederebbe la stessa architettura: green bond, pool di banche, garanzia pubblica, iter autorizzativo, connessione alla rete.

Il biometano prodotto a Dittaino finirà nella rete nazionale, contribuendo — sulla carta — a decarbonizzare i consumi. L’impianto tratterà rifiuti organici che altrimenti andrebbero smaltiti altrove, con costi ambientali ed economici. Sono esternalità positive, nessuno lo nega. Ma mentre il 2030 si avvicina, resta da vedere se l’Italia saprà passare dalle obbligazioni verdi a una vera industria del biometano, con volumi, costi e tempi all’altezza delle promesse. Per ora, la transizione avanza un green bond alla volta. E il cronoprogramma non torna.