Obiettivo 2031: 1,2 miliardi di m³ annui, ma solo 16 impianti collegati oggi.

Lo scorso 24 luglio, Italgas ha annunciato l’interconnessione al Digital Reverse Flow di Gazzo Veronese del primo impianto di biometano di Castel d’Ario, in provincia di Mantova. Con quell’allacciamento, gli impianti connessi alla rete Italgas sono saliti a sedici. Il numero che conta davvero, però, è un altro: 1,2 miliardi di metri cubi all’anno, l’obiettivo di capacità di immissione che la stessa Italgas si è data entro il 2031. A un mese dall’annuncio, la distanza tra i sedici impianti di oggi e quel target è la vera notizia.

La distanza tra l’annuncio e il 2031

L’impianto della Società Agricola Villagrossa può convogliare fino a 2 milioni di metri cubi l’anno, un quantitativo equivalente ai consumi medi di circa 2.000 famiglie. Non è poco per un singolo impianto, ma è una frazione minima rispetto all’obiettivo. L’hub di Gazzo Veronese è progettato per ricevere biometano da quattro impianti e, a regime, immetterà complessivamente fino a 12 milioni di metri cubi l’anno, pari ai consumi di circa 13.000 famiglie. Bastano questi due numeri per capire la scala: il target al 2031 equivale a una capacità di immissione pari a 1,2 miliardi di metri cubi annui. Per arrivarci servirebbero centinaia di impianti della taglia di Castel d’Ario, non i sedici attuali.

Non è solo una questione di volontà, ma di ordine di grandezza. Ogni singola interconnessione, per quanto presentata come un traguardo, aggiunge capacità in milioni di metri cubi; il target è in miliardi. Prima dell’annuncio di Castel d’Ario, in un comunicato dedicato a un impianto Edison a Zinasco, Italgas indicava 14 impianti già connessi: l’incremento è reale, ma il passo resta lento rispetto alla promessa. Il divario non è tecnico, è di scala, e si misura in impianti da costruire, autorizzare e collegare entro i prossimi cinque anni.

Dentro la scatola: come funziona il Digital Reverse Flow

La tecnologia che dovrebbe colmare questo divario esiste già. Il Digital Reverse Flow non è un semplice allacciamento: quando la produzione locale supera la domanda, l’impianto comprime il biometano in eccesso e lo invia alla rete di trasmissione regionale e nazionale. In pratica, consente di valorizzare il biometano prodotto in aree dove la domanda locale è bassa, immettendolo nelle reti di trasmissione regionale e nazionale. L’infrastruttura di Gazzo Veronese, costata circa 2 milioni di euro, è completamente digitalizzata e controllata tramite DANA, il sistema proprietario di automazione e telecontrollo che consente la gestione da remoto, il monitoraggio in tempo reale e il funzionamento automatico degli impianti.

L’impianto di Gazzo Veronese è stato inaugurato lo scorso 19 giugno. La tecnologia è già presente negli impianti di Avetrana e Terranova dei Passerini, e se ne stanno realizzando altri due a Poggio Rusco e Ostellato. Anche con questi punti di immissione, però, i numeri restano piccoli: la digitalizzazione riduce i costi operativi e accelera le connessioni, ma non elimina la necessità di costruire impianti di produzione, condotte e stazioni di compressione. La tecnologia da sola non basta.

La corsa dei grandi player: soldi, tubi e chi resta indietro

Il denaro, intanto, si muove su binari paralleli. Già nel 2025, la prima tranche da 140 milioni di euro è stata firmata alla presenza della vicepresidente della BEI Gelsomina Vigliotti e dell’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi, nell’ambito dell’accordo per integrare il biometano nella rete gas italiana. Non è solo Italgas, quindi, a scommettere sulle infrastrutture: Snam lavora sulla rete di trasmissione, la parte alta del sistema, mentre i distributori locali fanno i conti con costi e autorizzazioni.

Sul fronte della distribuzione locale, 2i Rete Gas ha completato il collegamento alla propria rete di distribuzione di cinque impianti di produzione di biometano di proprietà di società terze. Anche qui, cinque impianti non sono un piano industriale su scala nazionale: sono un primo assaggio. La domanda, semmai, è chi riuscirà a sostenere i ritmi di investimento necessari. La BEI e Snam hanno mostrato che il credito c’è; Italgas ha dimostrato che la tecnologia funziona; 2i Rete Gas ha iniziato a collegare impianti di terzi. Ma nessuno, finora, ha presentato una traiettoria credibile per passare dai singoli impianti ai miliardi di metri cubi promessi.

Il 2031 è a cinque anni. Il biometano italiano riuscirà a passare dai sedici impianti attuali a una rete capace di 1,2 miliardi di metri cubi? Oppure resterà un numero scomodo nei piani industriali? Al momento, i fatti dicono che ogni traguardo annunciato aggiunge qualche milione di metri cubi, mentre l’obiettivo richiede una moltiplicazione per cento. Non basta inaugurare un hub: serve una filiera, e la filiera si misura in cantieri.