Il divario tra aste esaurite e produzione reale segnala 16,5 miliardi di investimenti mancanti

Il paradosso del biometano: più impianti, meno target?

Partiamo dai dati recenti. Nel 2024 la produzione mondiale di biocombustibili liquidi ha raggiunto circa 157 milioni di tonnellate, stando a Energy & Strategy. L’Italia, nello stesso anno, ha prodotto internamente il 54% dei biocarburanti che ha consumato, ma il 53% di quei consumi è stato coperto con feedstock proveniente dal sud‑est asiatico, in particolare Indonesia e Malesia. Un’anomalia che segnala una dipendenza da materie prime estere tutt’altro che risolta, e che lo sforzo sul biometano avrebbe dovuto quantomeno allentare.

Il quadro normativo, intanto, si è messo in moto. All’inizio del 2026, con il Decreto Legislativo 5 del 9 gennaio, l’Italia ha recepito la RED III, rivisto al rialzo l’obiettivo di quota rinnovabile al 2030 per i trasporti al 29%. Ma il vero banco di prova per il biometano è scritto altrove, nel PNIEC, che fissa il target di 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. Questo stesso piano, già nel 2022, aveva definito un contingente incentivabile pari a 257.000 Smc/h di capacità produttiva aggiuntiva, un meccanismo che nei fatti ha funzionato: oltre il 97% del contingente è stato assegnato attraverso le prime cinque aste, dando accesso all’incentivo a 560 nuovi progetti autorizzati. Le aste sono andate esaurite quasi completamente, e gli impianti sono spuntati.

Eppure, quando si misurano i volumi reali, l’enfasi si sgonfia. Nel 2024, la produzione effettiva di biometano in Italia si è fermata a circa 0,4 miliardi di metri cubi. Un quarto di quel miliardo potenziale già installato a giugno 2026, e un ottavo scarso del traguardo PNIEC. Come si spiega questo scollamento tra aste piene e target mancato? La risposta non sta nei decreti, ma in una proiezione che dovrebbe inquietare chiunque segua il dossier.

Il costo della rincorsa: 16,5 miliardi per un miraggio

La risposta è in una semplice proiezione: con le attuali policy, l’Italia raggiungerebbe solo 2,6 miliardi di Smc di produzione annua di biometano entro il 2030, ben meno della metà del target PNIEC. Lo ha calcolato il TEHA Group, che a metà dello scorso aprile ha messo in fila i numeri del divario: per colmarlo servono 16,5 miliardi di nuovi investimenti, che porterebbero gli investimenti cumulati del settore a 24,4 miliardi di euro al 2030. Non un aggiustamento, non un’integrazione al PNRR. Una cifra che equivale a una manovra finanziaria, ma che al momento non trova copertura in nessun capitolo di spesa.

Il contesto europeo non consola. Solo 15 Stati membri dell’Unione hanno stabilito obiettivi nazionali quantificati per il biometano entro il 2030, secondo un’analisi dell’Ifri. E chi si è mosso con più decisione, come la Francia, ha già distanziato la Germania: la produzione francese di biometano ha superato quella tedesca del 21%, con un numero di impianti triplo, secondo l’European Biogas Association. Mentre Parigi accelera, Roma si scopre a metà del guado, con un contingente incentivante quasi esaurito e una prospettiva di investimenti che nessuno, finora, ha messo a bilancio. E se il target restasse irraggiungibile, chi ne pagherebbe le conseguenze?

Le industrie hard-to-abate in attesa di un gas che non arriva

La domanda non è teorica: se il target PNIEC fosse centrato, la produzione nazionale di biometano potrebbe coprire tra il 20% e il 25% dei consumi di gas delle industrie hard-to-abate. Vetro, ceramica, carta, acciaio: settori che non si elettrificano con una pompa di calore e che per decarbonizzare hanno bisogno di un gas rinnovabile, nazionale e programmabile. Sarebbe un cuscinetto contro la volatilità dei prezzi del gas fossile, e un pezzo di autonomia energetica che all’Italia, dopo il 2022, dovrebbe stare a cuore.

Ma con un divario di 3,1 miliardi di Smc e 16,5 miliardi di investimenti ancora da trovare, quel cuscinetto resta un’ipotesi. Le aziende, intanto, si guardano intorno: feedstock che arrivano dal sud‑est asiatico, quote di produzione nazionale di biocarburanti che non bastano a coprire il fabbisogno, e un biometano che rischia di essere solo un’etichetta su un grafico del ministero. La transizione ecologica delle imprese italiane resta un cantiere aperto – ma senza un credito serio per i 16,5 miliardi che mancano, è un cantiere senza gru.

Tra target di carta e realtà produttiva, il biometano italiano rischia di diventare l’ennesimo capitolo di una transizione annunciata ma mai davvero finanziata. E le industrie, ancora in attesa di una materia prima nazionale, continueranno a dipendere da feedstock esteri o dal gas fossile. Con buona pace dei 170 impianti già installati, che da soli non bastano a scrivere il finale della storia.