Garanzia Sace per l’80% e prestito BEI da 264 milioni: la rete Snam procede.
Due settimane fa, lo scorso 4 agosto, Actarus Renewables e Eren Industries hanno annunciato di aver ottenuto un finanziamento di circa 355 milioni di euro per la piattaforma Retina. Il dato non va letto come un record isolato: è l’ultimo passo di una traiettoria che sta trasformando il biometano italiano da scommessa di nicchia ad asset infrastrutturale, con garanzie pubbliche a condizioni di mercato che attraggono capitali privati su scala crescente. Il punto non è solo l’importo, ma la distanza che separa questi progetti dall’obiettivo finale.
Da 240 a 355 milioni: il salto di scala del biometano
Il pacchetto da 355 milioni riguarda il secondo cluster della piattaforma Retina, la cui costruzione è partita a maggio 2026. Il primo cluster, avviato a settembre 2024, era stato finanziato con un pacchetto di circa 240 milioni di euro da un pool di banche che includeva Bnp Paribas, Ing Bank, Intesa Sanpaolo, Société Générale e UniCredit, sempre con il supporto di Sace tramite la Garanzia Archimede. Per quel primo cantiere l’appaltatore EPC era Techbau. In poco più di un anno e mezzo, la taglia dei finanziamenti è cresciuta di quasi il 50 per cento: da 240 a 355 milioni.
Il nuovo consorzio di banche include UniCredit, ING e Société Générale, con UniCredit che agisce come Facility Agent, SACE Agent e Account Bank. La costruzione del secondo cluster di dieci impianti è iniziata a maggio 2026, a meno di due anni dall’avvio del primo cantiere. Non è solo una questione di numeri: la partecipazione di banche commerciali internazionali indica che il rischio dell’operazione è considerato gestibile, non più sperimentale. Ma chi si assume il rischio di questi 355 milioni e a quali condizioni?
La garanzia che vale il 20% (e lo Stato l’80%)
Dietro il finanziamento non ci sono solo banche. C’è una macchina pubblica di derisking. La Garanzia Archimede, emessa da SACE anche in questa operazione, è una garanzia pubblica a condizioni di mercato. Introdotta dalla legge di bilancio 2024, prevede che SACE assuma il 20 per cento degli impegni e lo Stato l’80 per cento, con durate fino a 25 anni.
Il paradosso è questo: una garanzia statale, di solito associata a sussidi o a interventi di salvataggio, qui viene offerta a condizioni di mercato. Non è un regalo pubblico, ma uno strumento di condivisione del rischio che sposta una parte dell’esposizione dal settore privato al pubblico, mantenendo però la disciplina sui costi. Per questo banche come UniCredit, ING e Société Générale accettano di finanziare impianti di biometano greenfield, attività che da sole avrebbero difficoltà a ottenere credito a condizioni simili.
Il meccanismo non è nuovo. Anche il primo pacchetto da 240 milioni, chiuso per i primi nove impianti, era stato sostenuto dalla Garanzia Archimede, come confermato da Il Sole 24 Ore. La differenza è la scala: da 240 a 355 milioni in poco più di un anno e mezzo, con lo stesso strumento pubblico. Se il modello funziona, serve però che il biometano arrivi fisicamente alla rete: chi finanzia i tubi?
La rete e il target PNRR: chi corre, chi aspetta
La risposta arriva dal campo delle infrastrutture. A luglio 2025, la Banca europea per gli investimenti ha concesso a Snam un prestito di 264 milioni di euro per costruire 240 chilometri di nuovi gasdotti dedicati a collegare gli impianti di biometano alla rete nazionale del gas. È il segnale che il collo di bottiglia non è solo la produzione, ma anche il trasporto.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fissa l’asticella: 5 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. Il contrasto è netto: da un lato i privati, con cluster da 355 milioni e cantieri partiti a maggio 2026; dall’altro la rete, che procede con tempi più lunghi e finanziamenti separati. Non è scontato che i due ritmi coincidano. La vera incognita resta la distanza tra la capacità in costruzione e l’obiettivo finale.
Per i prossimi mesi il dato da tenere d’occhio è la distanza dal target PNRR: 5 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. Ogni nuovo cluster da 355 milioni accorcia quella distanza, ma il ritmo della rete sarà decisivo.




