La capacità installata è pari a un quarto del target Ue, ma solo 15 Stati membri hanno fissato obiettivi nazionali
A fine giugno 2026 la capacità di produzione di biometano in Europa ha toccato quota 8,2 miliardi di metri cubi all'anno. Lo documenta l'ultima edizione della Mappa Europea del Biometano, pubblicata dall'European Biogas Association (EBA) il 1° luglio. Rispetto allo stesso periodo del 2025, la capacità installata è cresciuta di oltre un miliardo di metri cubi: un incremento netto, in soli dodici mesi, che ha portato il parco impianti da 1.678 a 1.975 unità. Gli impegni di investimento nel settore hanno raggiunto i 36 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 28 miliardi registrati l'anno precedente. Sembrerebbe il quadro di un comparto in piena espansione. E lo è. Ma se si allarga lo sguardo agli impegni politici e alla traiettoria necessaria per raggiungere i target europei, la prospettiva cambia. L'Unione Europea ha fissato un obiettivo non vincolante di 35 miliardi di metri cubi di biometano all'anno entro il 2030. Oggi, a quattro anni dalla scadenza, i governi nazionali ne hanno messi sul tavolo appena 17,1. Meno della metà. E solo quindici Stati membri hanno definito target chiari e quantificati.
L’obiettivo impossibile
Il contrasto è netto. La capacità installata a giugno 2026 equivale a circa un quarto del volume che l'Europa vorrebbe raggiungere nel 2030 – 35 miliardi di metri cubi, secondo il piano REPowerEU. Un obiettivo che, va ricordato, non ha carattere vincolante. Il mercato ha cominciato a muoversi: la produzione di biometano nel continente è più che raddoppiata rispetto al 2019, arrivando a 5,2 miliardi di metri cubi nel 2024. E i nuovi impianti continuano a essere connessi. Ma la politica, in molti casi, non ha ancora tradotto le ambizioni comunitarie in impegni nazionali misurabili. Dei 27 Stati membri, solo 15 hanno fissato un target quantificato di biometano al 2030. Sommando tutti questi impegni, si arriva a 17,1 miliardi di metri cubi: la metà esatta del traguardo REPowerEU, come rileva uno studio dell'Ifri (Institut français des relations internationales). Vuol dire che, anche se tutti quei paesi centrassero i propri obiettivi, il resto dell'Unione resterebbe fermo a zero. E non si tratta di paesi marginali: tra gli assenti ci sono economie di peso, senza le quali il target comunitario è semplicemente fuori portata.
Da qui la domanda: cosa spiega questo cortocircuito tra una filiera che cresce a ritmi sostenuti e un quadro politico che arranca? I 36 miliardi di euro di impegni di investimento registrati dall'EBA dicono che la fiducia degli operatori esiste. Eppure il biometano resta un settore dove la distanza tra i piani industriali e le scelte dei governi è ancora molto ampia. La crescita recente – oltre un miliardo di metri cubi all'anno di capacità aggiuntiva – è un segnale positivo, ma va collocata nella giusta proporzione: servirebbero, in media, circa 3,5 miliardi di metri cubi in più ogni anno da qui al 2030 per colmare il divario. Il passo attuale, se non accelerato, non basta.
La corsa a due velocità
La risposta a quel cortocircuito sta in un paradosso: l'Europa domina la produzione mondiale di biometano – ne produce la metà a livello globale – ma avanza senza una regia politica uniforme. Il numero di impianti è quasi quadruplicato dal 2018, passando da 483 a 1.548 nel 2024, e ha superato quota 1.900 nel 2026. La produzione, come detto, ha più che doppiato i volumi del 2019. Un'accelerazione evidente, che convive però con un mosaico di impegni nazionali ancora troppo frammentato. Solo quindici governi hanno chiarito quanto biometano intendono immettere in rete al 2030. Gli altri dodici restano nel vago. In un continente dove le infrastrutture del gas sono interconnesse e la domanda industriale è mobile, questa asimmetria rischia di frenare proprio gli investimenti che servirebbero a consolidare la crescita.
La tensione non è solo interna al comparto. La concorrenza per le materie prime, già oggi oggetto di attenzione, è destinata ad aumentare. Il biometano si produce da biomasse che interessano anche altri settori della bioenergia. E qui si inserisce un altro attore: il carburante sostenibile per l'aviazione, il SAF (Sustainable Aviation Fuel). Le traiettorie di sviluppo del SAF puntano in parte sulle stesse risorse – in particolare quelle destinate alla gassificazione termica – già utilizzate o potenzialmente utilizzabili per il biometano. Se i governi non definiscono priorità chiare, il rischio è che gli investimenti seguano la via normativamente più stabile. E oggi, sul fronte delle politiche, il biometano non ha ancora la cornice certa che servirebbe per competere alla pari con altri vettori energetici.
Occhio al SAF
La pressione competitiva non è più solo una variabile esterna. Secondo l'analisi dell'Ifri, la competizione per alcune materie prime aumenterà man mano che il SAF entrerà nello stesso perimetro di approvvigionamento delle biomasse utilizzate per il biometano. Non è una questione teorica: i regolamenti europei stanno spingendo con decisione verso l'adozione di carburanti sostenibili in aviazione, con obblighi di miscelazione crescenti. Se il quadro normativo per il biometano resta frammentato e privo di target vincolanti in metà dei paesi membri, gli operatori potrebbero cominciare a dirottare capitali e risorse verso filiere più prevedibili. Il dato da osservare nei prossimi mesi non è solo quanti nuovi impianti verranno connessi, ma quanti governi aggiungeranno obiettivi quantificati per il biometano. E, parallelamente, quale quota di materie prime inizierà a essere drenata dal SAF. La crescita c'è, i numeri dell'ultimo anno lo confermano. Ma senza una rete di impegni nazionali all'altezza del target europeo, il biometano rischia di restare un'industria in accelerazione su una strada senza corsia preferenziale.




