Operazione da 26 milioni: replica in Polonia e Lettonia del modello che copre il 10% del gas estone.

Lo scorso 11 agosto, l’investimento del Three Seas Investment Fund in Bioforce ha trasformato un primato locale in una scommessa regionale. Bioforce è il più grande produttore di biometano in Estonia, con una quota di mercato di circa il 40% e una capacità produttiva attuale di circa 250 GWh all’anno. L’obiettivo dichiarato è portarla a più di 1 TWh — mille gigawattora — entro il 2032, quadruplicandola.

L’operazione non riguarda solo l’Estonia. L’accordo punta a sostenere l’espansione in Lettonia, Lituania e Polonia. È stato descritto come il più grande investimento mai realizzato nel settore del biometano baltico. Per un gruppo che nel 2025 ha registrato ricavi per 26,1 milioni di euro e aveva 70 dipendenti a fine anno, la posta in gioco è significativa: passare da leader nazionale ad attore con capacità produttiva dell’ordine del terawattora.

Il 40% che non basta

I conti di Bioforce raccontano una storia comune a molte medie imprese dell’energia nell’Europa centro-orientale: quote di mercato elevate, ricavi contenuti, margini da reinvestire. Nel 2025 il gruppo ha fatturato 26,1 milioni di euro. La capacità attuale, circa 250 GWh all’anno, non è sufficiente a garantire la scala necessaria per competere sugli obiettivi comunitari. Da qui l’ingresso del Three Seas Investment Fund, per il quale si tratta del sesto investimento, che consente di proseguire nella costruzione di un portafoglio diversificato nella regione. I precedenti investimenti includono Cargounit, Greenergy Data Centers, Enery, BMF Port Burgas e R.Power.

Va letta per ciò che è: non l’ingresso in una nicchia promettente, ma il finanziamento di un salto dimensionale. Un’azienda che oggi vale 26 milioni di fatturato deve arrivare a gestire impianti per oltre quattro volte la capacità attuale. Il fondo non compra una quota di mercato già matura; compra la possibilità di replicare altrove un modello che in Estonia ha già dimostrato di funzionare.

Il paradosso estone

Chi guarda solo alla piccola dimensione del mercato estone rischia di non vedere la parte più interessante. In Estonia sono stati investiti oltre 150 milioni di euro nella produzione e distribuzione di biometano. Nel 2025 il biometano ha coperto quasi il 10% del consumo di gas naturale del paese, con 300 GWh prodotti. Non è un mercato nascente: è una filiera già in funzione, con impianti operativi e una rete di distribuzione che assorbe il prodotto.

Un esempio concreto è l’impianto di Ebavere, aperto da Bioforce Group per processare fino a 130.000 tonnellate di materiale biodegradabile all’anno. Secondo i dati diffusi, l’impianto di Ebavere può produrre circa 36.000 MWh all’anno, sufficienti per oltre 80 autobus a gas, con un investimento di quasi 10 milioni di euro. Attenzione alle unità di misura: i 36.000 MWh sono energia producibile in un anno, non potenza installata. È una dimensione modesta se paragonata ai target europei, ma dimostra che tecnologia e logistica non sono un esperimento.

Il salto richiesto dall’Unione europea è però di un altro ordine. Bruxelles chiede che la produzione di biometano raggiunga 35 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2030. Il piano REPowerEU, lanciato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, stima in 37 miliardi di euro gli investimenti necessari per il biometano. Dentro questa cornice, anche un impianto come Ebavere diventa un prototipo da replicare su larga scala.

E qui si inserisce l’Iniziativa dei Tre Mari, lanciata nel 2015 dai presidenti di Croazia e Polonia. Il fondo che investe in Bioforce nasce proprio da quel contesto geopolitico: collegare infrastrutture ed energia in un’area che storicamente dipendeva da fornitori esterni. Il biometano, in questa logica, è anche uno strumento di sicurezza energetica regionale.

La partita polacca

Se il mercato estone è quasi maturo, la crescita deve spostarsi oltre confine. La Polonia è il terreno più conteso. Già nel marzo 2023, TotalEnergies ha acquisito il principale produttore polacco di biogas, Polska Grupa Biogazowa, che possiede e gestisce 18 impianti per una capacità totale di 19 MW. Non è un ingresso timido: è un colosso francese che pianta la bandiera nel cuore della produzione di biogas polacca. Anche qui, 19 MW sono potenza installata, non produzione annua.

L’espansione di Bioforce verso Polonia e Lettonia, sostenuta da 3SIIF, si inserisce quindi in un confronto già aperto. Da una parte un’azienda estone di medie dimensioni con un azionista regionale; dall’altra uno dei maggiori gruppi energetici del mondo. La partita non si gioca solo sui megawattora prodotti, ma sulla capacità di allacciare nuovi impianti, ottenere autorizzazioni e contratti di ritiro.

Il dato da osservare nei prossimi trimestri non sarà il target del 2032, ma i megawattora effettivamente prodotti in Polonia. Gli annunci di capacità si misurano in gigawattora; la realtà, invece, si misura in autorizzazioni, connessioni alla rete e volumi consegnati. Per ora, la leadership estone di Bioforce si misura in una capacità di circa 250 GWh all’anno. Il passaggio a 1 TWh resta, appunto, una promessa al 2032.