Il progetto prevede 65mila metri quadrati di terreno agricolo impermeabilizzati a 700 metri dalle gallerie filtranti che riforniscono la città

Sotto i campi di Basilicagoiano scorre l’acqua che disseta Parma. Fino a 120 litri al secondo, nei periodi umidi, vengono captati da Iren attraverso le Gallerie filtranti di Marano, una delle infrastrutture idriche più strategiche del territorio. È un sistema silenzioso, invisibile dalla superficie, che da decenni garantisce l’approvvigionamento idrico della città. A 700 metri in linea d’aria da questa rete di captazione, un impianto di biometano grande nove campi da calcio rischia di alterare un equilibrio che pochi conoscono ma dal quale tutti dipendono. È il conflitto che nei giorni scorsi ha portato in piazza circa 200 persone a Basilicagoiano, frazione di Montechiarugolo, in provincia di Parma.

L’acqua sotto i campi

Le Gallerie filtranti di Marano non sono una semplice falda. Sono un’opera di ingegneria idraulica che intercetta le acque di subalveo del torrente Parma, filtrandole naturalmente attraverso i banchi ghiaiosi prima di convogliarle nella rete acquedottistica. La capacità di captazione raggiunge i 120 litri al secondo quando la portata del torrente è generosa — un dato che parla di resilienza idrica in una regione, l’Emilia-Romagna, dove la pressione antropica sulla risorsa acqua è tra le più alte d’Italia. Iren classifica queste gallerie tra le sorgenti più importanti del proprio sistema integrato.

È proprio la prossimità a questa infrastruttura — appena 700 metri — a costituire il cuore tecnico dell’opposizione al progetto AGRI.BIO.METANO. Non un generico “no all’impianto”, ma un’obiezione radicata nella geografia fisica del luogo. Il biometano si produce attraverso digestione anaerobica di biomasse agricole: un processo che genera digestato, il residuo della fermentazione, ricco di azoto e fosforo. Se gestito correttamente, è un fertilizzante. Se qualcosa sfugge al ciclo di controllo — uno sversamento, un’infiltrazione — il bersaglio a valle è esattamente la falda che alimenta Parma. Non serve immaginare scenari catastrofici per capire che 65 mila metri quadrati di superficie impermeabilizzata, vasche di stoccaggio e movimentazione di reflui a 700 metri da una captazione idropotabile impongono una valutazione che vada oltre la mera conformità burocratica.

Nove campi da calcio di biometano

Il progetto AGRI.BIO.METANO consumerebbe 65 mila metri quadrati di terreno agricolo. Secondo i calcoli di Mario Canepari, portavoce del Comitato per la tutela del territorio rurale di Basilicagoiano, è una superficie equivalente a circa nove campi da calcio. L’impianto sorgerebbe inoltre a circa 850 metri dal polo scolastico della frazione, un altro elemento che ha mobilitato la comunità locale.

La risposta del territorio è stata immediata e numericamente schiacciante: oltre 1.200 firme raccolte contro il progetto, a fronte di una popolazione residente di circa 1.500 persone. Significa che più dell’80% degli abitanti ha formalizzato la propria contrarietà, un dato che rende difficile liquidare l’opposizione come fenomeno di NIMBY scomposto. Il 29 luglio scorso il comitato ha organizzato un flash mob su un prato privato confinante con l’area destinata all’impianto, radunando circa 200 partecipanti in quello che è stato insieme un presidio e un atto di testimonianza.

«La politica deve individuare aree già industrializzate o compromesse, non consumare suolo agricolo di pregio», ha dichiarato il geologo Emiliano Occhi durante la mobilitazione. L’argomento è tecnico quanto politico: il biometano è energia rinnovabile, ma il suolo agricolo di pianura padana è una risorsa non rinnovabile su scala temporale umana. Impermeabilizzare 6,5 ettari di terreno che oggi assorbe CO₂ e ricarica la falda per installare digestori e vasche significa fare un bilancio ambientale che non può limitarsi alla contabilità delle emissioni evitate.

Sul fronte politico, la Lega ha confermato la propria contrarietà all’impianto, allineandosi a una posizione che definisce coerente «per impianti non coerenti con la vocazione del territorio in cui insistono». Una presa di posizione che riflette la tensione tra obiettivi nazionali di decarbonizzazione e sensibilità locali.

Obiettivi nazionali, attriti locali

Il caso di Basilicagoiano non è isolato. A pochi chilometri di distanza, nel comune di Montechiarugolo, un altro impianto di biometano era previsto per fine 2025, alimentato esclusivamente da deiezioni animali, sottoprodotti agricoli e agroindustriali come polpe surpressate di barbabietola e buccette di pomodoro. Un progetto che coinvolge allevatori, agricoltori e contoterzisti locali, pensato come modello di economia circolare di filiera.

È il quadro in cui si inseriscono le spinte del PNRR: l’investimento 1.4 prevede lo sviluppo di almeno 2,3 miliardi di metri cubi di biometano entro fine giugno 2026. Un obiettivo che sta accelerando la moltiplicazione di impianti in tutta la pianura padana: la Confederazione dei bieticoltori-CGBI prevede che i primi otto impianti di biometano agricolo al Nord siano operativi entro giugno 2026. Numeri che raccontano un settore in piena espansione, trainato da incentivi pubblici e da una domanda di gas rinnovabile che cresce parallelamente alla necessità di ridurre la dipendenza energetica.

Il biometano agricolo ha una logica industriale solida: trasforma scarti zootecnici e agroindustriali in metano immettibile in rete, con un bilancio emissivo potenzialmente negativo se si considera il metano evitato dallo stoccaggio tradizionale dei reflui. Ma la tecnologia ha una geografia che non può essere ignorata. Digestori e vasche di stoccaggio non sono data center: occupano suolo, generano traffico di mezzi pesanti per il trasporto delle biomasse in ingresso e del digestato in uscita, e richiedono un’attenta valutazione idrogeologica quando insistono su aree di ricarica di acquiferi strategici.

La lezione di Basilicagoiano è questa: la promessa tecnica del biometano — gas rinnovabile programmabile, complementare all’intermittenza di solare ed eolico — si infrange sulla rigidità del territorio quando la selezione dei siti segue logiche di opportunità fondiaria anziché criteri di compatibilità ambientale stringenti. Senza un’attenta selezione dei luoghi, basata su dati idrogeologici, distanze reali dalle captazioni e consumo di suolo effettivo, i progetti rinnovabili rischiano di bere la stessa acqua che dovrebbero proteggere.