Il 32% dell’accumulo annunciato per i data center è abbinato a nuova generazione fossile, invertendo la logica della decarbonizzazione
Un dato su tre. È la proporzione che riassume meglio di qualsiasi analisi il paradosso energetico di questa fase: circa il 32% della capacità annunciata di batterie in loco per data center a livello globale è associata a generazione fossile. Non stiamo parlando di rimpiazzare centrali a carbone o a gas con l’accumulo. Stiamo parlando di costruirne di nuove, off-grid, e di affiancarci batterie per farle funzionare in modo continuativo.
L’ha registrato BloombergNEF, che ha contato 4,9 gigawatt di annunci di stoccaggio energetico co-localizzati con generazione fossile in loco presso i data center. Le batterie, a lungo considerate una tecnologia di decarbonizzazione, vengono ora utilizzate per abilitare centrali a combustibili fossili che servono i data center per l’intelligenza artificiale. È un’inversione logica che qualche anno fa sarebbe sembrata un errore di categorizzazione. Oggi è un segmento di mercato.
Un’alleanza inattesa
Il progetto che incarna questa alleanza controintuitiva ha un nome e una scala che fanno riflettere. Pantheon Atlas ha rivelato piani per un campus di data center AI hyperscale da 50 miliardi di euro a Topusko, nella Croazia centrale. Il sito sarà affiancato da 500 megawatt di generazione solare in loco e da un sistema di accumulo a batterie da 2.000 megawatt di potenza e 8.000 megawattora di capacità. Numeri che da soli basterebbero a renderlo uno dei più grandi BESS mai annunciati in Europa.
Ma il punto non è la dimensione. È che questo genere di progetti — batterie più rinnovabili più data center — sta diventando una formula standard che spesso include, in modo meno dichiarato ma sempre più frequente, un terzo ingrediente: la generazione a gas on-site. Il caso forse più esplicito è il progetto GW Ranch di Pacifico Energy: una capacità lorda totale di 7,65 gigawatt di gas, affiancata da 1,8 gigawatt di batterie e 750 megawatt di solare. Non un impianto rinnovabile con backup. Un impianto a gas con contorno di batterie e pannelli.
La sequenza tecnica è lineare: il data center ha bisogno di potenza stabile 24 ore su 24; la rete non arriva (o arriva con anni di ritardo); la soluzione on-site richiede una generazione prevedibile, quindi gas; le batterie servono a colmare i transitori e a gestire i picchi, sostituendo di fatto la connessione alla rete di trasmissione. Il BESS, in questa configurazione, non sta decarbonizzando. Sta rendendo economicamente e tecnicamente praticabile un nuovo impianto a combustibili fossili che altrimenti non sarebbe stato costruito, o lo sarebbe stato con molta più difficoltà.
Nei giorni scorsi, On.Energy ha completato la costruzione del suo AI UPS presso il National Laboratory of the Rockies in Colorado. Sempre nello stesso periodo, Fluence ha lanciato un’unità BESS Smartstack da 10 megawattora con una densità energetica a livello di sito di circa 680 megawattora per acro — circa 168 kilowattora per metro quadrato, secondo i dati forniti dall’azienda. Envision ha presentato un sistema di accumulo di lunga durata pensato per i data center AI, con un’efficienza di andata e ritorno dichiarata del 91% e una vita utile di calendario di 25 anni, operativa in un intervallo di temperatura che va da -40 a 50 gradi centigradi. Sono tutti prodotti che migliorano la densità, l’efficienza, la scalabilità. E che, nelle giuste condizioni di mercato, possono essere abbinati tanto a un campo solare quanto a una turbina a gas. La tecnologia è neutrale. È il modello di business a decidere la direzione.
La rete che non c’è
Perché si sta andando in questa direzione? La risposta è in uno dei colli di bottiglia meno visibili ma più strutturali del sistema elettrico. Già a giugno 2025, la coda per le connessioni di domanda alla rete di trasmissione britannica era cresciuta del 460% in sei mesi. E lo scorso marzo il governo del Regno Unito segnalava che i progetti possono attendere fino a 15 anni per connettersi alla rete. Quindici anni per attaccare una spina. Per un data center che deve entrare in funzione in 18-24 mesi, è come non avere una rete.
L’ironia è tagliente: è proprio la rete satura — la stessa rete che dovrebbe veicolare l’elettricità rinnovabile — a spingere i data center verso soluzioni off-grid. E poiché off-grid oggi significa, nella stragrande maggioranza dei casi, generazione a gas con accumulo a batterie per la stabilità, il risultato è che l’incapacità della rete di tenere il passo della domanda sta indirettamente accelerando la costruzione di nuova capacità fossile. Non per scelta strategica. Per necessità operativa.
Già lo scorso novembre, Brian Hayes osservava che i data center sono il principale motore di crescita per l’industria dei sistemi di accumulo energetico, grazie alla crescita del carico elettrico dovuta all’intelligenza artificiale. La domanda tira, l’offerta di rete non risponde, e il mercato trova la sua strada. Che in questo momento passa dal gas.
La prossima frontiera
Mentre una parte del mercato si organizza attorno alla coppia gas-batterie, un’altra parte sta investendo su tecnologie che provano a rompere questa dipendenza. Lo scorso marzo Crusoe ha firmato un accordo con Form Energy per sistemi di stoccaggio energetico multi-giorno fino a 12 gigawattora, con inizio nel 2027. La tecnologia di Form Energy — batterie ferro-aria — promette accumulo su scale temporali che vanno ben oltre le 2-4 ore tipiche degli impianti al litio, avvicinandosi alla possibilità di coprire intere giornate di bassa produzione rinnovabile senza dover accendere una turbina.
Sempre nello stesso periodo, Crusoe ha annunciato una collaborazione con Redwood Materials. JB Straubel, fondatore e CEO di Redwood, ha spiegato la logica: «La tecnologia di Redwood Energy ci consente di riutilizzare pacchi batteria di veicoli elettrici deprezzati ma ancora funzionali, prima del riciclo, per lo stoccaggio stazionario. Mettendo questi sistemi al lavoro in applicazioni ad alta domanda come l’AI, stiamo costruendo infrastrutture energetiche più veloci, pulite e a costo inferiore». È un approccio che aggira due problemi insieme: il costo delle batterie nuove e l’impronta ambientale della produzione.
Ci sono quindi due traiettorie tecnologiche che corrono in parallelo. Da un lato, i produttori di BESS — Fluence, Envision — spingono sulla densità e sull’efficienza per rendere i sistemi più compatti ed economici. Dall’altro, aziende come Form Energy e Redwood provano a spostare l’asticella della durata e del costo, puntando a un accumulo che possa davvero fare a meno del backup fossile. Sono direzioni opposte non nella tecnologia, ma nell’effetto sistemico: la prima traiettoria, oggi, sta abilitando più gas; la seconda prova a renderlo superfluo. Quale delle due prevarrà non dipenderà solo dalla qualità dell’ingegneria, ma dalla velocità con cui le reti di trasmissione riusciranno a connettere la domanda. O dalla capacità del quadro regolatorio di distinguere tra batterie che decarbonizzano e batterie che, di fatto, autorizzano nuovo fossile.
Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi è semplice: quanta della nuova capacità di batterie annunciata sarà, nei fatti, abbinata a un motore a gas. Oggi è il 32%. Se quella percentuale salirà, sapremo che il paradosso non è un’anomalia temporanea. È la nuova normalità del mercato.




