Brema ed Eisenhüttenstadt decidono, il meccanismo Ue entra nella fase finale.

Il paradosso è tutto qui: il 1° gennaio 2026 è partito il regime definitivo del CBAM, il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, eppure il settore che dovrebbe cambiare più in fretta sta già facendo marcia indietro. Secondo la nota di ArcelorMittal Europe, pubblicata lo scorso 22 agosto, l’azienda non può procedere con i piani DRI e EAF per la decarbonizzazione degli impianti di Brema ed Eisenhüttenstadt, in Germania. Non è una parentesi: la siderurgia rappresenta quasi il 10% delle emissioni globali, e senza una trasformazione dei processi produttivi quel peso non scenderà.

Un paradosso europeo: la regola c’è, i progetti si fermano

Il CBAM risponde a un problema semplice da formulare e complicato da risolvere: come evitare che le industrie vadano a produrre altrove, dove le emissioni costano meno. La logica è lineare. L’Unione europea ha deciso di eliminare progressivamente le quote gratuite e di introdurre in parallelo il CBAM dal 2026 al 2034, per livellare il terreno tra produttori europei e importatori. Dal 1° gennaio 2026, chi importa nell’Unione è soggetto a obblighi di autorizzazione, rendicontazione e acquisto e restituzione di certificati CBAM, commisurati alle emissioni incorporate nei beni.

La regola, insomma, c’è. Il problema è che la realtà industriale non la segue. ArcelorMittal Europe ha annunciato che, purtroppo, non può procedere con i piani di riduzione diretta del ferro privo di combustibili fossili e di forni elettrici ad arco annunciati in precedenza per Brema ed Eisenhüttenstadt. Non è un dettaglio tecnico: sono due dei principali siti siderurgici tedeschi. Il messaggio implicito è che la transizione non è solo una questione di volontà, ma di costi, tempi e condizioni di mercato. La norma che doveva accelerare la transizione è già in retromarcia, almeno per chi doveva applicarla.

I numeri del rallentamento: chi avanza e chi arretra

Se da una parte le regole spingono, dall’altra i numeri raccontano un’altra storia. Il comparto siderurgico vale quasi un decimo delle emissioni globali. E la posta in gioco non è solo industriale: nel 2023, gli edifici e le infrastrutture hanno rappresentato il 52% dell’uso dell’acciaio. Cambiare il modo di produrre acciaio significa cambiare il modo in cui l’Europa costruisce. Se l’acciaio verde costa di più, il costo si riversa su tutto ciò che si costruisce: case, ponti, trasporti. Il conto arriva ai cittadini, non solo alle acciaierie.

L’idrogeno dovrebbe essere il vettore della transizione. Tecnicamente ha le carte in regola: ha una densità energetica tre volte superiore al carburante per jet e cento volte superiore alle batterie agli ioni di litio. Un vettore formidabile, sulla carta. Ma tra le caratteristiche tecniche e i costi reali c’è una distanza che il mercato sta misurando adesso. Secondo IDTechEx, le celle a combustibile PEMFC sono le più preferite per la generazione stazionaria. Ma gli elettrolizzatori PEMEL, necessari per produrre idrogeno verde, sono ad alta intensità di capitale: funzionano bene quando devono rispondere rapidamente a fonti rinnovabili fluttuanti, ma chiedono investimenti pesanti. Non è una distinzione accademica: è la differenza tra un impianto che parte e uno che resta sulla carta.

È qui che il rallentamento si fa strutturale. Le aspettative di riduzione dei costi dell’idrogeno verde hanno subito una verifica che ha colpito in particolare i piani globali per il DRI privo di combustibili fossili. Il caso di ArcelorMittal non è isolato: è il sintomo di una frenata più ampia, che attraversa i mercati e ridimensiona le promesse.

Ma c’è anche chi avanza. Il progetto di Stegra prevede un elettrolizzatore giga-scale alimentato da elettricità rinnovabile, destinato a diventare il più grande impianto di produzione di idrogeno verde in Europa. Quando sarà pienamente operativo, promette di ridurre le emissioni dell’acciaio di oltre 7 milioni di tonnellate all’anno. Tra la fermata tedesca e la marcia di questo progetto europeo, il contrasto è netto: gli stessi costi dell’idrogeno che bloccano Brema alimentano una scommessa che parte da condizioni diverse di elettricità, capitale e posizionamento. Il punto è esattamente questo: non tutti partono dalla stessa linea.

Il conto della transizione: chi paga davvero?

Dopo il contrasto tra progetti e ritiri, la questione diventa economica. Il CBAM si applica alle importazioni di ferro, acciaio e idrogeno. Significa che gli importatori devono acquistare e restituire certificati CBAM corrispondenti alle emissioni incorporate nei beni. È il cuore del meccanismo: spostare il costo della CO2 dentro il prezzo. Le nuove regole non eliminano il costo, lo redistribuiscono. E la storia degli ultimi mesi suggerisce che la redistribuzione non è indolore.

Non c’è una risposta consolatoria. Il premio per l’acciaio a basse emissioni non è scontato da nessuna parte: ArcelorMittal si è fermata, il progetto Stegra promette volumi ma non prezzi, e la domanda di acciaio a basso contenuto di carbonio resta legata a clienti disposti a riconoscere un costo aggiuntivo. La transizione dell’acciaio verde non si decide solo sulle carte: si decide sui costi dell’idrogeno e sulla capacità dell’Europa di non restare indietro. Chi ha già ritirato i piani potrebbe non rientrare più.